giovedì 13 settembre 2012

Esaltazione della Croce e Maria Addolorata


Dalla Liturgia delle Ore, per la Festa della Esaltazione della Croce, Preghiamo e facciamo RUMINATIO, ossia meditazione...

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull'Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo

Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.

Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell'albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l'inferno non sarebbe stato spogliato.

È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell'inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l'universo.

La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancora: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di Cristo.

Responsorio   
R. Croce gloriosa, dai tuoi rami pendeva il prezzo della nostra libertà; * per mezzo tuo il mondo è redento con il sangue del Signore.
V. Salve, croce, consacrata dal corpo di Cristo; le sue membra su di te risplendono come gemme;
R. per mezzo tuo il mondo è redento con il sangue del Signore.


Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, * tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim * incessábili voce proclámant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuæ.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.

Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Fílius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, * non horruísti Vírginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.

Te ergo quæsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti.
Aetérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, * et in sæculum sæculi.

Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum








Il santo Padre Benedetto XVI, ha ricordato in questi anni  la festa dell’Esaltazione della Santa Croce e il giorno seguente la Madonna Addolorata con queste parole:

“Cari amici, domani celebreremo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, e il giorno seguente la Madonna Addolorata.La Vergine Maria, che credette alla Parola del Signore, non perse la sua fede in Dio quando vide il suo Figlio respinto, oltraggiato e messo in croce. Rimase piuttosto accanto a Gesù, soffrendo e pregando, fino alla fine. E vide l’alba radiosa della sua Risurrezione. Impariamo da Lei a testimoniare la nostra fede con una vita di umile servizio, pronti a pagare di persona per rimanere fedeli al Vangelo della carità e della verità, certi che nulla va perso di quanto facciamo”. (Angelus 14.9.2009)
Una ricorrenza, ha detto il Papa all’Angelus, che ci spinge a “testimoniare la nostra fede con una vita di umile servizio, pronti a pagare di persona per rimanere fedeli al Vangelo della carità e della verità”.

Ripercorriamo alcuni insegnamenti di Benedetto XVI sulla centralità della Croce nella vita di ogni cristiano:

“Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte”
 “Per essere guariti dal peccato, guardiamo il Cristo crocifisso!”, esortava Sant’Agostino.
La Chiesa, afferma il Pontefice, ci invita “ad elevare con fierezza questa Croce gloriosa affinché il mondo possa vedere fin dove è arrivato l’amore del Crocifisso per gli uomini”, il segno della Croce è “il gesto fondamentale della preghiera del cristiano”:
 “Segnare se stessi con il segno della Croce è pronunciare un sì visibile e pubblico a Colui che è morto per noi e che è risorto, al Dio che nell’umiltà e debolezza del suo amore è l’Onnipotente, più forte di tutta la potenza e l’intelligenza del mondo” (Angelus, 11 settembre 2005).

“Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro”, affermava Sant’Andrea di Creta. Eppure, per il mondo la Croce è scandalo, un patibolo infamante. Ma, spiega il Papa, i cristiani “non esaltano una qualsiasi croce, ma quella Croce che Gesù ha santificato con il suo sacrificio, frutto e testimonianza di un immenso amore”:
 “Cristo sulla Croce ha versato tutto il suo sangue per liberare l'umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Perciò, da segno di maledizione, la Croce è stata trasformata in segno di benedizione, da simbolo di morte in simbolo per eccellenza dell'Amore che vince l'odio e la violenza e genera la vita immortale” (Angelus, 17 settembre 2006).

Benedetto XVI sottolinea inoltre il legame indissolubile tra la celebrazione eucaristica e il mistero della Croce, binomio ribadito nell’Esortazione post-sinodale “Sacramentum Caritatis”:
“L’Eucaristia è mistero di morte e di gloria come la Croce, che non è un incidente di percorso, ma il passaggio attraverso cui Cristo è entrato nella sua gloria (cfr Lc 24,26) e ha riconciliato l’umanità intera, sconfiggendo ogni inimicizia”. (Angelus, 11 settembre 2005)

“Maria, presente sul Calvario presso la Croce – sottolinea Benedetto XVI – è ugualmente presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche”. Per questo, nessuno meglio di Maria può “insegnarci a comprendere e vivere con fede e amore la Santa Messa”:
 “Quando riceviamo la santa Comunione anche noi, come Maria e a lei uniti, ci stringiamo al legno, che Gesù col suo amore ha trasformato in strumento di salvezza, e pronunciamo il nostro 'Amen', il nostro 'sì' all’Amore crocifisso e risorto”. (Angelus, 11 settembre 2005)

Ecco perché alla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è strettamente legata la memoria liturgica della Madonna Addolorata che si celebra il giorno dopo. “Il suo dolore forma un tutt’uno con quello del Figlio”, ma - afferma il Papa -, è “un dolore pieno di fede e di amore”. Sul Calvario, infatti, la Vergine partecipa alla potenza salvifica del dolore di Cristo, “congiungendo il suo ‘fiat’, il suo ‘sì’ a quello del Figlio”:
 “Spiritualmente uniti alla Madonna Addolorata, rinnoviamo anche noi il nostro ‘sì’ al Dio che ha scelto la via della Croce per salvarci. Si tratta di un grande mistero che è ancora in atto, fino alla fine del mondo, e che chiede anche la nostra collaborazione. Ci aiuti Maria a prendere ogni giorno la nostra croce e a seguire fedelmente Gesù sulla via dell'obbedienza, del sacrificio e dell'amore”. (Angelus, 17 settembre 2006)


Seconda Lettura dalla Liturgia delle Ore Festa della Beata Vergine Addolorata

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. nella domenica fra l'ottava dell'Assunzione 14-15; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 273-274)

La Madre di Gesù stava presso la croce

Il martirio della Vergine viene celebrato tanto nella profezia di Simeone, quanto nella storia stessa della passione del Signore. Egli è posto, dice del bambino Gesù il santo vegliardo, quale segno di contraddizione, e una spada, dice poi rivolgendosi a Maria, trapasserà la tua stessa anima (cfr. Lc 2,34-35)

Una spada ha trapassato veramente la tua anima, o santa Madre nostra! Del resto non avrebbe raggiunto la carne del Figlio se non passando per l'anima della Madre. Certamente dopo che il tuo Gesù, che era di tutti, ma specialmente tuo, era spirato, la lancia crudele non poté arrivare alla sua anima.

Quando, infatti, non rispettando neppure la sua morte, gli aprì il costato, ormai non poteva più recare alcun danno al Figlio tuo. Ma a te sì. A te trapassò l'anima. L'anima di lui non era più là, ma la tua non se ne poteva assolutamente staccare. Perciò la forza del dolore trapassò la tua anima, e così non senza ragione ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio, superò di molto, nell'intensità, le sofferenze fisiche del martirio.

Non fu forse per te più che una spada quella parola che davvero trapassò l'anima ed arrivò fino a dividere anima e spirito? Ti fu detto infatti: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). Quale scambio! Ti viene dato Giovanni al posto di Gesù, il servo al posto del Signore, il discepolo al posto del maestro, il figlio di Zebedeo al posto del Figlio di Dio, un semplice uomo al posto del Dio vero. Come l'ascolto di queste parole non avrebbe trapassato la tua anima tanto sensibile, quando il solo ricordo riesce a spezzare anche i nostri cuori, che pure sono di pietra e di ferro?

Non meravigliatevi, o fratelli, quando si dice che Maria è stata martire nello spirito. Si meravigli piuttosto colui che non ricorda d'aver sentito Paolo includere tra le più grandi colpe dei pagani che essi furono privi di affetto. Questa colpa è stata ben lontana dal cuore di Maria, e sia ben lontana anche da quello dei suoi umili devoti.

Qualcuno potrebbe forse obiettare: Ma non sapeva essa in antecedenza che Gesù sarebbe morto? Certo. Non era forse certa che sarebbe ben presto risorto? Senza dubbio e con la più ferma fiducia. E nonostante ciò soffrì quando fu crocifisso? Sicuramente in modo veramente terribile. Del resto chi sei mai tu, fratello, e quale strano genere di sapienza è il tuo, se ti meravigli della solidarietà nel dolore della Madre col Figlio, più che del dolore del Figlio stesso di Maria? Egli ha potuto morire anche nel corpo, e questa non ha potuto morire con lui nel suo cuore? Nel Figlio operò l'amore superiore a ogni altro amore. Nella Madre operò l'amore, al quale dopo quello di Cristo nessun altro amore si può paragonare.

Responsorio Cfr. Lc 23, 33; Gv 19, 25; Lc 2, 35
R. Quando giunsero sull'altura del Calvario, lo crocifissero. * Presso la croce di Gesù stava sua madre.
V. La spada del dolore trafisse la sua anima.
R. Presso la croce di Gesù stava sua madre.

Orazione
O Dio, tu hai voluto che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce, fosse presente la sua Madre Addolorata: fa' che la tua santa Chiesa, associata con lei alla passione del Cristo, partecipi alla gloria della risurrezione. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

R. Amen.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio. 


 

venerdì 7 settembre 2012

Santa Messa la Consacrazione

L’imposizione delle mani  su pane e vino: l'adorazione, l'Eucaristia e la Santa Messa

Soffermiamoci  sul gesto, spesso marcato dal suono del campanello, dell'imposizione delle mani sul pane e sul vino, gesto che precede la proclamazione delle parole di consacrazione: "Questo è il mio corpo… Questo è il calice del mio sangue". E i fedeli si comunicheranno con il Corpo e Sangue di Cristo, non certo con il corpo e sangue del celebrante, né con una pagnotta e della bibita....
Nel momento centrale dell'azione Eucaristica le mani del sacerdote eseguono le parole che escono dalla sua bocca: l'invocazione dello Spirito Santo sulle offerte è significata e agisce (compie l'atto da àgere-fare) dalle sue mani distese sopra di esse, attualizzando quel meraviglioso prodigio che è la transustanziazione ossia, mentre le apparenze del pane e del vino restano veramente pane e vino, la loro sostanza diventa il prodigio, il Dio vivo e vero, nascosto, ma realmente presente.
Noi infatti non adoriamo le apparenze del pane e del vino, non adoriamo ciò che vediamo, ma ciò che le apparenze, da quel momento, contengono. Il sacerdote prenderà poi solennemente in mano il pane e il calice, in sincronia perfetta con il racconto dell'ultima cena, ripetendo così lo stesso gesto del Signore: l'esercizio del sacerdozio ministeriale per il quale Cristo, unico e sommo Sacerdote, si dona ai discepoli radunati nel suo nome, raggiunge l'apice nell'offrire a Dio Padre e all'assemblea dei santificati il Corpo spezzato e il Sangue versato.

Ci troviamo così di fronte ad un momento d’intensa realtà vissuta dal Cristo sul Calvario. Non è simbolismo, che coniuga in drammatica tensione la parola, che consacra, e il gesto, che sigilla, affinché il dono della salvezza sia gesto divino d'amore irreversibile, ma riviviamo realmente i fatti accaduti sul Golgota. Per questo la santa Messa non è il racconto di un fatto avvenuto duemila orsono, ma è il rivivere, in modo incruento, quei fatti che l'azione stessa della Santissima Trinità rende, sull'Altare, realmente vivi e sostanziali. In quel momento accanto all'Altare (già simbolo della pietra sulla quale Abramo stava per immolare Isacco, figlio unico, prefigurazione del Golgota sul quale verrà immolato il Figlio unico di Dio per portare a compimento tutto il progetto di Dio), c'è la Vergine Maria come stava ai piedi della Croce, e sopra l'Altare non pochi Santi hanno descritto di aver visto, durante la Consacrazione, aprirsi le porte dei Cieli e vedere i Cori degli Angeli unirsi ai nostri canti solenni; hanno visto la schiera dei Santi che in ginocchio si univano alla Santa Messa con noi, ripetendo in Cielo la Divina Liturgia.

Eucaristia

Per questo quando il sacerdote proclama l'inno del tre volte Santo, descrive la presenza degli Angeli. E' importante che almeno nel momento della Consacrazione, nel momento in cui il sacerdote impone le mani, le nostre ginocchia si piegano davanti al Re dei re che si rende vivo e vero, realmente presente nelle apparenze del pane e del vino da quel trono che è la Croce. Da questo momento il nostro Signore e nostro Dio è realmente presente sull'Altare e purtroppo molti fedeli, compresi i sacerdoti, spesse volte  continuano la Messa come se quel momento fosse solo un ricordo del passato, una memoria simbolica e non usano atteggiamenti di profonda adorazione dopo la Consacrazione avvenuta. E' invece fondamentale assumere un atteggiamento diverso, più consono alla Divina Presenza. Molti sacerdoti non si inginocchiano più durante la Messa e la Consacrazione e così molti fedeli li hanno imitati rendendosi complici di questa disaffezione che si manifesta anche negli atteggiamenti esteriori.
Inoltre come per la Consacrazione è necessaria l'azione esteriore dell'imposizione delle mani consacrate del sacerdote, così anche per il resto della Messa è necessaria la nostra disposizione esteriore, affinché assuma quegli atteggiamenti che ci aiutino, l'un con l'altro, a comprendere e accogliere la Presenza Divina sull'Altare.

Cosa intendiamo per: simbolica azione della mano
Già di per se stessa, la mano dell'uomo è carica di significato ed è simbolo di potere e strumento di linguaggio in tutte le culture, al punto che le stesse lettere dell'alfabeto provengono da gesti ancestrali espressi dalla mano: la scrittura è proprietà intrinseca della mano. Ora, per non caricare di troppe sottigliezze la presente riflessione, ci limitiamo a sottolineare la sua simbologia attraverso tre significati fondamentali:
1. la potestà,
2. la differenza e
3. l'abbandono.

1. In tutte le tradizioni religiose la mano esercita una funzione insostituibile e fortemente espressiva: i testi, l'iconografia e i riti fanno della mano una specie d'intermediario tra l'uomo e Dio. Nella Bibbia la mano e il braccio di Dio esprimono la sua potenza creatrice e la sua trascendenza: “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi; - queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie" (Is 66, 1-2). Perciò la creazione è la prima manifestazione (da mani-festare = eseguire con le mani) della grandezza di Dio, la sua prima scrittura; e dalle sue mani s’irradiano la luce e la vita sugli uomini. Così nelle cerimonie religiose le mani assumono la funzione di uno strumento, per il quale Dio trasmette un potere e una salvezza che soltanto Lui possiede e può donare e, nel nostro caso, è quel potere che ha trasmesso, consegnato ai suoi Ministri consacrati. Qui sta il significato profondo dell'imposizione delle mani nei gesti di benedizione; e su questo percorso si determina pure il significato dell'imposizione delle mani sul pane e sul vino nel rito della santa Eucaristia. Anche per questo la Chiesa ha acquisito l'importanza del gesto che sia il Sacerdote a dare la Comunione al fedele e non il fedele a prenderla da sé. Tale potestà è stata consegnata al sacerdote, non ai fedeli.

2. Nella simbologia culturale dei popoli, la mano può essere destra o sinistra e può esibire la parte palmare o dorsale; di qui la simbolica della differenza: tra bene e male, tra prendere (tenere) e ricevere (contenere). La destra benedice, la sinistra maledice; la destra è misericordia, la sinistra giustizia; "il cuore del saggio va a destra, il cuore dello stolto va a sinistra" (Qo 10, 2). Le mani, in forma di reliquiario, e i talismani, in forma di mano, mettono in evidenza l'aspetto positivo della destra e il suo potere di difenderci dal male: soltanto la destra protegge e libera dalla cattiva sorte. Infine si deve notare che la parte dorsale rende la mano organo della presa e perciò esprime la nostra capacità di com-prendere (di sciogliere gli enigmi), mentre la parte palmare ci rende capaci di toccare lasciandoci toccare, di accarezzare e di costruire relazioni affettive o di amicizia.

3. La mano nella mano significa la condivisione e l'unione di vita tra i due che si tengono per mano nel calore palmare della presa; nelle cerimonie, come nel rito di vassallaggio, le mani nelle mani significano sottomissione, abbandono, consegna della propria libertà a colui che prende le mani delle sue mani; e questo provoca sottomissione e protezione: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio; il tormento non le toccherà" (Sap 3, 1).

Nelle mani del Padre
Il significato spirituale, che suggerisce come partecipare attivamente al sacrificio di Cristo, proprio nel momento in cui egli si fa nostro "pane vivo", emerge dalle parole con cui egli prese congedo da noi sulla croce: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46). Infatti l'Eucaristia attua anche per noi il momento in cui consegnare il nostro spirito, la nostra libertà e volontà, al Signore, per restare veramente liberi: "Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi" (Gal 5,1), capaci di amare e di crescere nell'amore. Anche su Gesù, nel battesimo al Giordano, scese lo Spirito Santo, tanto che poté applicare a sé, nella sinagoga di Nazaret, le parole del profeta: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me" (Is 61,1; Lc 4,18); e questo vale anche per noi, in quanto il dono di salvezza è sempre disponibile, proprio perché lo Spirito del Figlio di Dio, per la croce, è ora comunicabile ed è sempre su di noi.
Ora, perché la celebrazione eucaristica diventi efficace e ci faccia inoltrare nella via della salvezza, sono necessarie alcune operazioni interiori, con le quali possiamo accompagnare (partecipazione attiva) il rito della Consacrazione, dall'invocazione dello Spirito Santo sulle offerte (prima epiclesi) fino all'identica invocazione sull'assemblea (seconda epiclesi); ne indichiamo tre:
1. metterci nelle mani del Signore come fece Gesù dalla Croce, significa anche inginocchiarsi davanti a Lui;
2. intenerire il cuore per fare spazio alla Sua Divina Presenza e
3. invocare forza dall'Alto, lo Spirito di Verità affinché la grazia si renda attiva in noi.

1. Consegnarci a Cristo nella verità di noi stessi, col nostro positivo e negativo, per essere pure noi "un solo corpo e un solo spirito" (preghiera eucaristica terza), significa accettare senza condizioni o riserve il suo dono: impossibile donarsi a Dio senza accogliere il suo dono. Il dono della salvezza è per tutti, poiché Dio vuole che tutti siano salvi; però la salvezza raggiunge soltanto coloro che l'accettano, che l'accolgano (o almeno non la rifiutano, per questo Benedetto XVI ha scritto una Lettera per chiarire il termine del Pro multis nelle parole della Consacrazione, quale interpretazione più fedele alle parole di Cristo); e più lasciamo entrare la salvezza nella nostra vita, più partecipiamo alla gioia del nostro Signore.
Perciò, mentre il sacerdote stende le sue mani sulle offerte, ci uniamo a lui per rinnovare la nostra adesione a Cristo e invocando su di noi lo Spirito Santo (Terza Persona della Santissima Trinità e non una specie di energia o spirito fluttuante...) che consacrerà il pane e il vino, siamo fatti partecipi (non dei concelebranti) della Divina Eucaristia; e saremo veri discepoli del Signore.

A ragione scrive così Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus Caritas est:
La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito.(…) È a partire da questo principio che devono essere comprese anche le grandi parabole di Gesù".
Le Norme insegnano: I fedeli s’inginocchino alla consacrazione, se non sono impediti da un motivo ragionevole, come il cattivo stato di salute o la ristrettezza del luogo. Dove esiste il costume che i fedeli rimangano in ginocchio dal Sanctus fino alla dossologia della Preghiera eucaristica e prima della Sacra Comunione, all’Ecce Agnus Dei, si conservi lodevolmente tale uso... (Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 43).
 La Chiesa, dunque, loda l'uso dell'inginocchiarsi, per chi può, perché questo atteggiamento favorisce una miglior disposizione per interiorizzare il momento sacro che stiamo vivendo e dona agli altri una concreta testimonianza in ciò in cui crediamo.
Mons. Guido Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del santo Padre, alla domanda:  quali sono le particolarità delle liturgie pontificie?
Risponde: "Se pure in un contesto peculiare, quale quello dovuto alla presenza del Santo Padre, le liturgie pontificie non possono che presentare le caratteristiche tipiche di questo tempo dell’anno. Con una nota in più: quello della esemplarità. Perché non è mai da dimenticare che le celebrazioni presiedute dal Papa sono chiamate a essere punto di riferimento per l’intera Chiesa. E’ il Papa il Sommo Pontefice, il grande liturgo nella Chiesa, colui che, anche attraverso la celebrazione, esercita un vero e proprio magistero liturgico a cui tutti devono rivolgersi" (intervista dicembre 2010).

Il Cardinale Antonio Cañizares, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti l’ha esposto in sintesi e con grande chiarezza nel febbraio del 2009 in un’intervista alla rivista  pubblicata anche sull'Osservatore Romano:
Come è noto, l’attuale disciplina universale della Chiesa prevede che di norma la Comunione venga distribuita nella bocca dei fedeli. C’è poi un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire la Comunione anche sul palmo della mano. Questo è bene ricordarlo. Il Papa, poi, per dare maggiore risalto alla dovuta reverenza con cui dobbiamo accostarci al Corpo di Gesù, ha voluto che i fedeli che prendono la Comunione dalle sue mani lo facciano in ginocchio. Mi è sembrata un’iniziativa bella ed edificante del Vescovo di Roma.”

Di conseguenza, lo stesso Cardinale, che allora era ancora Primate di Spagna e Arcivescovo di Toledo, dispose che nella chiesa Cattedrale di Toledo si ponesse un inginocchiatoio per coloro che desideravano “comunicarsi con rispetto e come lo fa il Papa”, ricevendo la Comunione in ginocchio.
E ancora: “Le liturgie pontificie infatti sono sempre state, e sono tuttora, di esempio per tutto l’orbe e l'urbe cattolico”.
Non è un segreto che Benedetto XVI ha sempre sostenuto la Comunione in ginocchio. Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sottolineava che la pratica di inginocchiarsi per ricevere la Sacra Comunione ha a suo favore una tradizione plurisecolare, ed è un segno particolarmente espressivo di adorazione, del tutto appropriato in ragione della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate. Dietro il gesto di inginocchiarsi il Papa vede, dunque, niente meno che una conseguenza della fede cattolica nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, la conseguenza anche della grave crisi di fede che la Chiesa e il mondo stanno vivendo.


2. Intenerire il cuore significa purificare le nostre mani (intese quali azioni e opere) e renderle meno indegne di ricevere il Corpo del Signore; e questo avviene accogliendo una nuova capacità di amare, di relazionarci con gli altri rispettando, a cominciare proprio dalla nostra relazione con Dio, non solo i Comandamenti ma anche amando la Chiesa che per mezzo di Pietro e dei suoi Successori, ci comunica la comprensione e l'interpretazione corretta di questi Comandamenti e di tutta la Scrittura. Se la Messa è il Culto per eccellenza attraverso il quale Dio si relaziona con noi, a nostra volta siamo chiamati a relazionarci con gli altri, a portare questa relazione agli altri. Un amore davvero nuovo: "siate misericordiosi com'è misericordioso il Padre vostro celeste" (Lc 6,36).
Benedetto XVI nell'aprile 2009 quando parla alla Pontificia Commissione Biblica, spiega: "..occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto di Origene, "Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta" ossia "la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali". Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l'interpretazione di essa secondo il senso spirituale... Essere fedeli alla Chiesa significa, infatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto la guida del Magistero (...) tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio".
Per questo è fondamentale che ci accostiamo all'Eucaristia dopo aver accolto il Perdono di Dio mediante il Sacramento della Confessione o Riconciliazione. Senza questo Sacramento si rischia di "mangiare la propria condanna", si rischia di rendere in noi inattiva la grazia, si rischia di accostarsi al Calvario in grave stato di peccato mortale senza la volontà di cancellarlo, di condannarlo. Inoltre il perdono ricevuto non solo ci rende aperti e pronti a ricevere la grazia e a renderla efficace, ma produce frutti di santificazione e rende salde in Cristo le nostre relazioni con gli altri, benedicendole e rendendole fruttuose. Così spiegava Benedetto XVI ai teologi nel dicembre 2010: "C'è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia".

3. Prima di salire al cielo, Gesù rivolse agli apostoli questa promessa che è anche per noi: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). In ogni celebrazione eucaristica ci è data la possibilità di avere questa forza dall'Alto, che rende possibile l'impossibile, poiché la Chiesa del Signore non è un'azienda e non nasce né cresce con le sole forze umane: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). È la Presenza di questa Divina realtà Eucaristica che, come il sale negli alimenti, dà sapore alla nostra fede liberandoci da quella tiepidezza che rende nauseante la testimonianza: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca" (Ap 3,15-16). È l'azione dello Spirito Santo che rende attraente la salvezza che Cristo ci offre, portando alla pienezza la vita umana, in tutti i suoi aspetti, corroborandoci nelle gioie e consolandoci veramente nel dolore, nella fatica degli impegni assunti, nelle tribolazioni.
Nell'Omelia del 3 settembre 2012 alla chiusura del seminario con i suoi ex allievi, così si è espresso Benedetto XVI:
" Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita.
Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: «Siete generati per mezzo di una parola di verità», chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata?  Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso.
Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. E’ la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei...."

L'Eucaristia è la verità; è parola fedele ma anche nutrimento, è oggetto di culto, Soggetto della nostra adorazione, ma anche il Soggetto che dobbiamo portare agli altri, che dobbiamo a nostra volta comunicare agli altri. L'Eucaristia che adoriamo e viviamo nella Messa non è un simbolo, non è il ricordo dell'Ultima Cena, non è una sorgente energetica, ma è la Presenza reale del Dio Vivo e vero in mezzo a noi che ha detto: Et ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi  /  Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt.18-20).
Non siamo noi a "possedere" l'Eucaristia, ma è l'Eucaristia che "ci afferra" e vuole essere portata, comunicata al mondo, per questo Gesù cerca "discepoli". Cerca Discepoli non per avanzare le proprie teorie e costruirne di nuove, ma per essere accolto e portato così come lo abbiamo ricevuto.
Abbiamo così una possibilità unica nel cuore dell'Eucaristia: lasciarci consacrare come pane, che ci corrobora nella debolezza, e come vino, che tonifica le tappe della vita con quella "sobria ebbrezza dello Spirito" che dona e custodisce la pace profonda del cuore, segno inconfondibile della presenza del Signore in mezzo a noi, di questo dobbiamo essere testimoni e discepoli. Nella partecipazione all'Eucaristia, cerchiamo di non lasciarci sfuggire quei  pochi minuti della Consacrazione: l'imposizione delle mani sulle offerte e il tocco del campanello ci ricordano che il momento è solenne, ci ricorda che siamo invitati a piegare le nostre ginocchia davanti al Mistero, ci ricorda che se siamo lì davanti non è un merito nostro ma che in qualche modo siamo stati "chiamati" per rendere questa testimonianza alla Verità. E' importante che in quei momenti facciamo silenzio per interiorizzare questa Presenza, dobbiamo fare attenzione a non banalizzarlo con parole vane e canti inadatti ricordandoci che la fede che stiamo vivendo non crea il Mistero ma lo riceve, lo accoglie, lo accetta. Ora che abbiamo imparato qualcosa di più, cerchiamo di adeguare la nostra vita a questa Verità per esporci al Sole di giustizia che sta per divampare dall'Altare e che cerca testimoni, discepoli che trasmettano i fatti così come ricevuti, insegnati e tramandati infallibilmente dalla Chiesa.


I Santi insegnano: alcuni esempi
San Tommaso d'Aquino: "La celebrazione della Messa ha lo stesso valore della morte di Gesù sulla croce".
San Francesco d'Assisi: "L'uomo dovrebbe tremare, la terra dovrebbe vibrare, il cielo intero dovrebbe commuoversi profondamente, quando il Figlio di Dio si rende presente sugli altari nelle mani del sacerdote".
San Giovanni Maria Vianney, il curato d'Ars: "Se conoscessimo il valore della Messa, moriremmo di gioia"
San Pio da Pietralcina: "Quando assisti alla Messa, rinnova la tua fede e medita circa la Vittima che si immola per te alla Giustizia Divina, per placarla e renderla propizia. Non te ne andare dall'altare senza versare lacrime di dolore e di amore per Gesù, crocifisso per la tua salvezza. La Vergine Addolorata ti accompagnerà e sarà la tua dolce ispirazione"
Santa Teresa di Gesù: "Senza la Messa, che sarebbe di noi? Tutti qui giù periremmo, perché solamente la Messa può trattenere il braccio di Dio. Senza di Essa, certamente la Chiesa non durerebbe e il mondo sarebbe perduto senza rimedio."
San Bernardo: "Si ha maggior merito assistendo ad una santa Messa con devozione, che distribuendo tutte le proprie sostanze ai poveri o viaggiando come pellegrini in tutto il mondo".
Beata Madre Teresa di Calcutta: " Dovunque vado nel mondo intero, la cosa che mi rende più triste è guardare la gente ricevere la Comunione sulla mano".

Eucaristia in ginocchio

venerdì 31 agosto 2012

Ogni ginocchio si pieghi davanti a Gesù

Comunione in ginocchio o in piedi? A san Zeno (Vr) i foglietti preparati dal parroco don Brugnoli con alcune paterne raccomandazioni

Dopo aver portato ieri l'esempio di don Rigon, oggi diamo notizia di un altro sacerdote ci offre un nuovo esempio di strumento a servizio della Liturgia, in linea con il magistero di Benedetto XVI.

Vi ricordate di don Andrea Brugnoli? Il parroco di san Zeno alla Zai (Vr) che, tra altre cose, ha studiato i "4 passi" da suggerire ai suoi confratelli sacerdoti per seguire l'esempio del Santo Padre circa la distribuzione della S. Comunione in ginocchio e in bocca? (si veda qui il nostro post).
Ecco, a ulteriore completamento di quella bella iniziativa, don Andrea ha ideato un foglietto sulla S. Comunione e sui "6 passi" per accostarVisi. Molte copie di questa brochure vengono poste in fondo alla sua chiesa e vengono prese dai fedeli.

Sul foglietto il pio lettore può anche trovare risposte a domande ricorrenti: "Si può fare la Comunione ad ogni Messa?", "Comunione in bocca o in mano?", "Quali sono i frutti della Comunione?"

Noi siamo ben lieti di pubblicarne una copia (su richiesta e con autorizzazione dello stesso "ideatore", ovviamente) perché ciò possa essere utile o di ispirazione per altri sacerdoti (come negli intenti di don Andrea).
Speriamo che altri sacerdoti desiderosi di seguire il Papa, vogliano e possano prendere spunto, ed riescano ad ottenere (anche mediante questi mezzi) la stessa conversione di cuore e di disposizione d'animo che suscita don Andrea Brugnoli nei suoi parrocchiani grazie al suo esempio e alla sua pastolare: ars-orandi-ars celebrandi-ars credendi- ars vivendi.
Complimenti ancora a don Andrea.

CHI VOLESSE UNA COPIA DEL FOGLIETTO, PUO' FARNE RICHIESTA ALLA REDAZIONE DI MiL (redazione@messainlatino.it): riceverà una mail di risposta con allegato un pdf.

Roberto



venerdì 24 agosto 2012

Sant'Agostino e sant'Ambrogio

Agostino e il vescovo di Milano

L'ex nemico di Ambrogio



di mons. Inos Biffi
Nel novembre del 386 presso la villa di Cassiciacum Agostino ripensa al suo itinerario spirituale, e lo paragona a un viaggio per mare. Era partito con la giovanile lettura dell'Hortensius, dall'"amore per la filosofia" e dal proposito di dedicarsi a essa, ma il cammino si era poi snodato in una navigazione inquieta e piena di peripezie:  "Non mancarono nebbie - scrive nel De vita beata - per cui il mio navigare fu senza meta e a lungo, lo confesso, ebbi fisso lo sguardo su stelle che tramontavano nell'oceano (labentis in oceanum astra) e che mi inducevano nell'errore".

Prima l'errore, seducente e deludente, del manicheismo, col rinnegamento della fede cattolica, poi quello degli scettici, che "tennero a lungo il mio timone tra i marosi in lotta con tutti i venti", per arrivare infine a conoscere "la stella polare", a cui affidarsi (septentrionem cui me crederem) Ambrogio. La definizione è suggestiva e illuminante.

Ascoltando i discorsi del vescovo di Milano incominciò ad apparire ad Agostino la dimensione dello spirito, una nuova idea di Dio e la possibilità di un'esegesi "spirituale" della Scrittura contro le aberrazioni manichee.
Ma soprattutto l'incontro con Ambrogio significò per il travagliato retore di corte la conversione, quando, abbandonato tutto, poté, finalmente - sono le sue parole - "ricondurre la nave, sia pure tutta squassata, alla desiderata quiete (optatae tranquillitati)" (De vita beata, 1, 4).

Da Roma, era approdato a Milano nel 384. Nell'intenzione di Simmaco, il prefetto di Roma, parente e avversario di Ambrogio, l'invio del retore Agostino manicheo e ostile al cristianesimo aveva lo scopo di ostacolare l'opera dell'autorevole vescovo della città imperale. Il disegno provvidenziale era però tutt'altro. Agostino stesso, una decina d'anni dopo, nelle Confessiones rievoca quel soggiorno e quell'incontro.
"Quando il prefetto di Roma ricevette da Milano la richiesta per quella città di un maestro di retorica, con l'offerta anche del viaggio con mezzi di trasporto pubblici, proprio io brigai e proprio per il tramite di quegli ubriachi da favole manichee, da cui la partenza mi avrebbe liberato a nostra insaputa, perché, dopo avermi saggiato in una prova di dizione, il prefetto del tempo, Simmaco, m'inviasse a Milano. Qui incontrai il vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come uno dei migliori, e tuo devoto servitore. In quel tempo la sua eloquenza dispensava strenuamente al popolo la sostanza del tuo frumento, la letizia del tuo olio e la sobria ebbrezza del tuo vino (salmo 44, 8). A lui ero guidato inconsapevole da te, per essere da lui guidato consapevole a te" (v, 13, 23).

Ambrogio e Agostino erano due personalità diversissime per ceto sociale, per indole, per formazione e stile di vita. Ambrogio - figlio di un eminente funzionario della prefettura di Treviri - era un alto e colto aristocratico, di famiglia cristiana enormemente ricca e dalla raffinata formazione latina e greca, come conveniva a chi apparteneva al ceto senatorio, cioè alla gens dei Valerii e degli Ambrosii, che aveva dietro di sé una tradizione di magistratura e consolati.

Era un clarissimus, diventato improvvisamente, sui quarant'anni, nel 374, vescovo della "meravigliosa" (Ausonio) Milano. Lo aveva richiesto a succedere all'ariano Aussenzio la volontà popolare:  "Il mio popolo ha chiesto a tuo padre - scriverà a Valentiniano ii - di aver me come vescovo" (Epistulae, 75, 7). Era stato, infatti, nominato col beneplacito dell'imperatore - che probabilmente si illudeva sulla sua docilità alla corte - ma, in ogni caso, contro la volontà del consularis della Liguria e dell'Aemilia, che non era neppure battezzato:  "Quanto ho resistito - egli dirà - perché non fossi ordinato vescovo!" (Epistulae, 14, 65).

Quella nomina, a cui non riuscì a sottrarsi nonostante tutti i suoi espedienti aveva indotto Ambrogio a una completa conversione. Sulla sua condotta  precedente non abbiamo "confessioni":  forse vi è un sobrio accenno nel De paenitentia, là dove, in un'ardente preghiera, accenna d'essersi dato al mondo:  "Conserva, Signore, la tua grazia, custodisci il dono che mi hai fatto, nonostante le mie ripulse. Io sapevo infatti che non ero degno di essere eletto vescovo, poiché mi ero dato a questo mondo" (ii, 8).

Con l'elezione incominciava una vita radicalmente nuova, resa visibile dalla rinuncia, a favore della Chiesa milanese, dei suoi cospicui averi e delle proprietà che possedeva fin in Africa e in Sicilia. E con la vita nuova iniziava il ministero, e anzitutto quella formazione teologica che gli era mancata e che frettolosamente attingeva soprattutto alle fonti largamente disponibili dei dottori greci, Origene, Basilio, Didimo e Filone.

Dichiarava ai suoi presbiteri:  "Strappato dai tribunali e dalle insegne delle magistrature e fatto vescovo, cominciai a insegnarvi ciò che nemmeno io avevo imparato" (De officiis, i, 1, 4).
Ma se così appariva Ambrogio ad Agostino, questi, più giovane di vent'anni, per il vescovo di Milano - che per le discussioni dialettiche non aveva alcun gusto (De fide, i, 42, 84) - non era che un oscuro maestro di retorica inviatogli da Roma per creargli disagi:  neppure Ambrogio poteva immaginare che quell'oscuro provinciale sarebbe diventato, a sua volta, uno dei più luminosi Dottori e Padri della Chiesa, dalla cui memoria e dalla cui affezione Ambrogio non si sarebbe più cancellato.

"Mi accolse come un padre - continua Agostino nelle Confessiones - e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo. Io pure presi subito ad amarlo, dapprima però non certo come maestro di verità, poiché non avevo nessuna speranza di trovarla dentro la tua Chiesa, bensì come persona che mi mostrava benevolenza. Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche, non però mosso dalla giusta intenzione:  volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore. Stavo attento, sospeso alle sue parole, ma non m'interessavo al contenuto, anzi lo disdegnavo.
La soavità della sua parola m'incantava" (v, 13, 23). E, pure, lentamente e insensibilmente, la conversione si avvicinava.

Con Agostino dimorava a Milano anche la madre Monica, assidua frequentatrice della chiesa, dove "pendeva dalle labbra di Ambrogio". Quanto ad Ambrogio "amava mia madre a cagione della sua vita religiosissima, per cui fra le opere buone con tanto fervore spirituale frequentava la chiesa. Spesso, incontrandomi, non si tratteneva dal tesserne l'elogio e dal felicitarsi con me, che avevo una tal madre. Ignorava quale figlio aveva lei, dubbioso di tutto ciò e convinto dell'impossibilità di trovare la via della vita" (ibidem 2, 2).

Probabilmente Ambrogio non ignorava i tormenti spirituali, le passioni e la condotta disordinata di quel figlio, che tuttavia non riusciva, come avrebbe desiderato, a parlarne al vescovo:  "Non mi era possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo. Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell'angustia, si frapponevano tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca. I pochi istanti in cui non era occupato con costoro, li impiegava a ristorare il corpo con l'alimento indispensabile, o l'anima con la lettura".

Ed ecco il grande rammarico di Agostino:  "Certo è che non mi era assolutamente possibile interrogare quel tuo santo oracolo, ossia il suo cuore, su quanto mi premeva, bensì soltanto su cose presto ascoltate. Invece le tempeste della mia anima esigevano di trovarlo disponibile a lungo, per riversarsi su di lui, ma invano. Ogni domenica lo ascoltavo mentre spiegava rettamente la parola della verità in mezzo al popolo, confermandomi sempre più nell'idea che tutti i nodi stretti dalle astute calunnie dei miei seduttori a danno dei libri divini potevano sciogliersi" (ibidem 3, 4).
Non mancava però "il lavorio della mano delicatissima e pazientissima" (vi, 5, 7) grazie alla quale il suo "cuore lentamente prendeva forma".

La lettura "delle opere dei filosofi platonici" in cui vedeva "per molti modi insinuarsi l'idea di Dio e del suo Verbo" (viii, 2, 3); la "visita a Simpliciano", anziano presbitero e neoplatonico cristiano, ricco di "grande esperienza e grande sapienza", "padre per la grazia, che aveva ricevuto da lui, del vescovo di allora Ambrogio e amato da Ambrogio proprio come un padre" l'incontro con intimi amici, una lesione polmonare e soprattutto il lavorio della grazia, fecero maturare in lui la conversione:  "Al termine delle vacanze vendemmiali avvertii i milanesi di provvedersi un altro spacciatore di parole per i loro studenti, poiché io avevo scelto di passare al tuo servizio". Trascorso, quindi l'operoso riposo in Dio "dopo la bufera del secolo" nella villa di Verecondo a Cassiciacum (ix, 3, 5) ecco il ritorno a Milano per ricevere il Battesimo.

Qui Agostino incontra una Chiesa ardente e viva. Ricorda in particolare nella Settimana Santa del 386 la resistenza di Ambrogio e dei suoi fedeli alle pretese ariane di Giustina, con la veglia prolungata a difesa della chiesa e l'uso del canto antifonato; e nel  giugno  successivo il ritrovamento e  solenne  deposizione  dei  martiri Protasio e Gervasio (ibidem, 7, 16). Agostino celebrerà un giorno anche nella sua Chiesa la loro memoria (Sermones, 286).

Ricevuto il Battesimo, era giunto per Agostino il tempo di tornare in patria. Lascia Milano nell'estate-autunno del 387. Agostino è ormai un altro:  il soggiorno a Milano, l'incontro con Ambrogio, la conversione lo hanno radicalmente trasformato.

(©L'Osservatore Romano - 28 agosto 2010)

mercoledì 8 agosto 2012

15 Agosto Solennità dell'Assunzione di Maria

Il Pancarpium Marianum

1607: regnano felicemente sui Paesi Bassi Spagnoli Alberto d’Austria e Isabella Clara Eugenia di Spagna. Strana coppia in effetti. Lui prima di sposarsi era Cardinale, Primate di Spagna, senza essere stato ordinato peraltro; lei ha passato gli ultimi vent’anni, vedova, da monaca clarissa, come Governatore dei Paesi Bassi in favore del re di Spagna. Appartenevano a grandi famiglie nobiliari con straordinari retaggi culturali : Alberto era figlio dell’imperatore Massimiliano II e di Maria d’Asburgo; Isabella era figlia di Filippo II di Spagna e di Elisabetta di Valois. Carlo V era il nonno paterno di lei e materno di lui. Nonna di Isabella era Caterina de’ Medici.
Coppia felice dicono. Certamente interessata e aperta ai grandi temi della fede, alle istanze della cultura e dell’arte. Bruxelles divenne importante snodo della cultura e della diplomazia europea.
La loro vicenda si intreccia con quella di un rinomato predicatore e scrittore: padre Giovanni David, gesuita. Questi nel 1607 pubblica un’opera in due parti dedicata alla coppia reale: Paradisum sponsi et sponsae [...] e, come seconda parte dedicata in particolare a Isabella, il Pancarpium Marianum septemplici titulorum serie distinctum [...]. 
Pancarpium_marianum copia.jpg
La finalità dell’opera viene esplicitata con chiarezza nel sottotitolo: affinché corriamo dietro il profumo della Beata Vergine e perché Cristo sia formato in noi. Imitando Maria, identificandosi con il suo percorso, ciascuno si trova a sperimentare la verità del detto evangelico che recita: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,35). Chi crede rivive l’esperienza di Paolo: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4,19). 
Nell’introduzione padre David cita anche anche la sua fonte patristica: Ambrogio di Milano. Il santo vescovo commentando l’incontro tra il Risorto e la Maddalena afferma: “Allora le disse il Signore: Maria, guardami. Quando non crede è donna, quando comincia a convertirsi è chiamata Maria, cioè riceve il nome di colei che ha partorito Cristo.  E’ infatti un’anima che spiritualmente concepisce Cristo” (De virg.; l. 3).
Ecco qualche riga introduttiva dell’autore: “Dobbiamo ora osservare che a ragione siamo chiamati non solo semplici madri della nostra vita migliore, come è dimostrato da vari passi della Scrittura, ma anche madri di Cristo e per così dire spirituali Marie. Poiché mentre ci rappresentiamo a imitazione di Cristo, secondo il significato etimologico, o ci studiamo di fare altrettanto con gli altri, noi stessi concepiamo, partoriamo, educhiamo Cristo. Infatti come nel battesimo ci siamo rivestiti di Cristo e siamo divenuti per adozione figli di Dio e fratelli di Cristo, così noi facciamo la stessa cosa in  modo nuovo con la santità di una vita e di un comportamento davvero cristiano” (citazione dal Preambolo nella traduzione di: Testi mariani del secondo millennio, a cura di Angelo Amato, Stefano De Fiores, Roma 2003, 453).
Non inventa nulla dunque padre Giovanni, inserendosi in una delle molte correnti spirituali che attraversano il cristianesimo. Eppure è tutt’altro che scontato il suo procedere rimandando continuamente a Cristo. A volte la spiritualità mariana ha preso sentieri non così chiari. L’autore invece non molla mai la presa: ogni singolo titolo mariano è sempre riferito a Cristo. Maria è donna che non ferma mai lo sguardo su di sé, rimandando sempre Oltre. 
Per introdurre a questo cammino il gesuita sceglie o inventa 50 titoli mariani, raggruppandoli in sette gruppi che identificano diverse fasi della vita spirituale:

schema_Pancarpium_marianum copia.jpg
Ogni titolo mariano è corredato da una stampa, che non ha solo funzione estetica. Tra testo e immagine c’è un nesso strettissimo di continuo rimando reciproco. Notate come le lettere a margine del testo tornino nella stampa:

rimandi testo-immagine.jpg
La prima stampa del Pancarpium è del 1607. Fu un grande successo che oltre alla versione originale latina conobbe anche traduzioni in francese, tedesco e polacco. Arrivò presto anche a Brescia dato che nel 1618 la volta della chiesa era già affrescata con immagini tratte da quel testo. 
Si tratta di somiglianze quasi imbarazzanti se volessimo portare avanti una presunta originalità del Cossali, cui si devono i disegni preparatori mentre l’esecuzione fu subappaltata a un certo Stefano Viviani.
In realtà il pittore e il suo committente, padre Maurizio Luzzari, scelsero di semplificare le immagini del Pancarpium togliendo tutte le parti simboliche retrostanti la scena principale. 
L’altra rilevante operazione del Cossali e del Luzzari fu la scelta di quali titoli utilizzare, ne erano disponibili cinquanta, e in quale ordine. Su questo cercheremo di riflettere e di ricostruire dato che non abbiamo documenti che raccontino questa fase.

P.S.:  puoi leggertelo tutto, in latino, in Google Libri cliccando qui


21:02 Scritto da: fragiampaolo


domenica 5 agosto 2012

una Fides: dogmi ambrosiani....

una Fides: dogmi ambrosiani....





Qui sopra riproduciamo la foto di un avviso che si trova all'ingresso del Duomo di Milano: da notare l'affermazione categorica che "Ricevere la Santa Eucaristia sulla mano per fare la Comunione al Corpo di Cristo è stato il modo seguito da tutte le Chiese per circa mille anni": possiamo dire che il Beato Schuster oggi non avrebbe più da meravigliarsi se qualcuno gli chiedesse la differenza tra i dogmi romani e quelli ambrosiani. Comunque che un'affermazione storicamente discutibilissima sia spacciata per un'assodata certezza alla porta del Duomo di Milano o è frutto di ignoranza o di malafede. Non sappiamo che cosa augurarci che sia. Intanto gustiamo quest'articolo di Mons. Nicola Bux...

*****

L'uso di dare la Comunione in bocca può risalire a Gesù?

di Mons. Nicola Bux
Il Santo Padre, non solo pronunziò il noto discorso del 22 dicembre sull' interpretazione del concilio ecumenico Vaticano II, che invitava a compiere nel senso della riforma in continuità con la tradizione della Chiesa (Ecclesia semper reformanda), ma lo ha pure messo in pratica nella liturgia. In primis, facendo ricollocare il Crocifisso dinanzi a sè sull'altare, in modo che la preghiera del sacerdote e dei fedeli sia "rivolta al Signore".
Qui però, mi soffermo sulla seconda 'innovazione' di Benedetto XVI: l'amministrazione della S.Comunione ai fedeli, in ginocchio e in bocca. Dico 'innovazione', rispetto al noto indulto che in diverse nazioni consente di riceverla sulla mano.Infatti, si ritiene da non pochi, che solo nella tarda antichità-alto medioevo, la Chiesa d'Oriente e d'Occidente abbia preferito amministrarla in tal modo. Allora, Gesù ha dato la Comunione agli Apostoli sulla mano o chiedendo di prenderla con le proprie mani?
Visitando la mostra del Tintoretto a Roma, ho osservato alcune 'Ultime Cene' in cui Gesù dà la Comunione in bocca agli Apostoli: si potrebbe pensare che si tratti di una interpretazione del pittore ex post, un po' come la postura di Gesù e degli apostoli a tavola nel Cenacolo di Leonardo, che 'aggiorna' alla maniera occidentale l'uso giudaico dello stare invece reclinati a mensa. Però, riflettendo ulteriormente, l'uso di dare la S.Comunione direttamente in bocca al fedele, può essere ritenuto non solo di tradizione giudaica e quindi apostolica, ma anche risalente al Signore Gesù. Gli ebrei e gli orientali in genere, avevano ed hanno ancor oggi l'usanza di prendere il cibo con le mani e di metterlo direttamente in bocca all'amata o all'amico. Anche in occidente lo si fa tra innamorati e da parte della mamma verso il piccolo ancora inesperto.Si capisce così il testo di Giovanni 13,26-27: "Gesù allora gli (a Giovanni) rispose: 'E' quello a cui darò un pezzetto di pane intinto'. Poi, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariota. E appena preso il boccone il satana entrò da lui". Mons.Athanasius Schneider ha compiuto ottimi approfondimenti nel suo libro Dominus est, Lev 2009.
Che dire però dell'invito di Gesù: "Prendete e mangiate"..."Prendete e bevete" ?
Prendete (in greco: lavete; in latino: accipite), significa anche "ricevete". Se il boccone è intinto, non lo si può prendere con le mani, ma ricevere direttamente in bocca. Vero è che Gesù ha consacrato separatamente pane e vino, ma, se durante il Mistico Convito - come lo chiama l'Oriente - ossia l'Ultima Cena, i due gesti consacratori avvennero, come sembra, in tempi diversi della Cena pasquale - quando gli Apostoli, forse aiutati dai sacerdoti giudaici che si erano convertiti (Atti 6,7) quali esperti diremmo così nel culto, li unirono all'interno della grande preghiera eucaristica - la distribuzione del pane e del vino consacrati fu collocata dopo l'anafora, dando origine al rito di Comunione. Agli inizi, le comunità cristiane erano piccole e i fedeli facilmente identificabili. Con l'estendersi della cristianità, nacquero le esigenze di precauzione: affinchè le sacre specie fossero amministrate con riverenza e evitando la dispersione dei frammenti, che contengono il Signore realmente e interamente. Pian piano prende forma la Comunione sotto le due specie, date consecutivamente o per intinzione.
Infine in occidente, ordinariamente sotto la sola specie del pane, perchè la dottrina cattolica, garante san Tommaso, insegna che il Signore Gesù è tutto intero in ciascuna specie (Catechismo della Chiesa Cattolica 1377).
Però, dai sostenitori della Comunione sulla mano, si fa appello a san Cirillo di Gerusalemme, il quale, chiedendo ai fedeli di fare della mano un trono al momento di ricevere la Comunione, vuol dire che consegnava la specie del pane sulla mano. Ritengo sommessamente che l'invito a disporre le mani in tal modo, possa essere inteso non al fine di riceverla in esse, ma a protenderle, anche inchinando il capo, in un unico atto di adorazione, oltre che per prevenire la caduta di frammenti. Infatti, per l'innato senso del sacro, molto forte in Oriente, si affermava sempre più la riverenza verso il Sacramento con le precauzioni nell'assumere la Comunione in bocca, per molteplici ragioni, tra cui quella di non poter garantire mani pure e in specie la salvaguardia dei frammenti. Questo nella Catechesi Mistagogica 21.
Ciò rende più comprensibile la sentenza di sant'Agostino: "nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando". Non si deve mangiare il Corpo del Signore senza averlo prima adorato. Benedetto XVI l'ha richiamata significativamente proprio nel suaccennato discorso sull'interpretazione del Vaticano II e poi nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis 67.
Ancora Cirillo o i suoi successori, nella Catechesi Mistagogica 5,22, invita a "Non stendere le mani, ma in un gesto di adorazione e venerazione (tropo proskyniseos ke sevasmatos) accostati al calice del sangue di Cristo". Di modo che, l'apostolo fa proskinesis, la prostrazione o inchino fino a terra - simile alla nostra genuflessione - protendendo allo stesso tempo le mani come un trono, mentre dalla mano del Signore riceve in bocca la Comunione. Così sembra efficacemente raffigurato dal Codice purpureo di Rossano, risalente tra la fine del V e l'inizio del VI secolo d.C., un Evangelario greco miniato composto sicuramente in ambiente siriaco.
Dunque, non deve meravigliare il fatto che la tradizione pittorica orientale e occidentale,dal V al XVI secolo abbia raffigurato Cristo che fa la Comunione agli apostoli direttamente sulla bocca.
Il Santo Padre, in continuità con la tradizione universale della Chiesa, ha ripreso il gesto. Perchè non imitarlo? Ne guadagnerà la fede e la devozione di molti verso il Sacramento della Presenza, specialmente in un tempo dissacratorio come quello odierno.
tratto da: http://www.scuolaecclesiamater.org/2012/07/luso-di-dare-la-comunione-in-bocca-puo.html

venerdì 13 luglio 2012

Corona di 12 Stelle di san Montfort



TESTO ORIGINALE tratto da "Un segreto di felicità" Filotea mariana, Padre Francesco M. Avidano s.m.
nona ed. con tre imprimatur 1961 e 1962

Corona di Dodici Stelle
(di San Luigi Maria Grignon di Montfort dal : Trattato della vera devozione a Maria, n.225)

www.gloria.tv/?media=310643

Padre Poirè s.j. (sec. XVIII) scrisse un famoso libro "La triplice corona della Madre di Dio". Perchè triplice?
Il Papa porta una corona triplice, per significare la pienezza della sua missione regale, spirituale e temporale nella veste del Vicario di Cristo in terra. Con maggior comprensione doveva ricevere Maria gli onori di tal Triregno, per onorare in Lei, Madre della Chiesa, le tre qualità principali nelle quali si riassumono le sue grandezze: dignità, potenza e bontà, con le quali si spiegano i suoi interventi materni nel mondo fra gli uomini.
Ecco il diadema con cui il divoto Autore volle coronar la sua Regina e Madre. Il Montfort compose e diffuse questa coroncina che riassume, così, gli insegnamenti di tutta la Chiesa e dello stesso Poirè, completandola con una Preghiera che è un vero riassunto di tutta la sua dottrina mariana.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
- Degnati di accettare le mie lodi, Vergine Santa;
- dammi la forza contro i tuoi nemici.

I - Corona di Dignità

Per onorare la dignità della Maternità divina di Maria; la sua Verginità ineffabile, la sua Purezza senza macchia alcuna, tutte le sue Virtù.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo,
sicut erat in principio, et nunc, et semper,
et in saecula saeculorum. Amen
Pater Noster qui es in caelis: sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo. Amen.

1. Te felice Vergine Maria, che portasti nel Tuo seno il Creatore del mondo e, restando sempre vergine, generasti chi ti creò.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

2. Santa ed Immacolata Verginità di Maria! Io non so con quali lodi onorarti degnamente, poichè Tu portasti nel tuo grembo Colui che i cieli stessi non possono contenere.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

3. Tutta bella Tu sei, o Vergine Maria, nè alcuna macchia è in Te.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

4. Le doti, o Vergine, con le quali Ti ha incoronata l'Altissimo, in Te son più che le stelle nel cielo.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

II - Corona di potenza
Per onorare nella Vergine Santa la regale autorità del Divin Figlio, la munificenza, l'intercessione di Maria e la forza del Suo governo a chi a Lei ricorre.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....
Pater Noster qui es in caelis....

5. Gloria a Te, o Regina dell'Universo. Degnati di condurci con Te ai gaudi del Cielo!
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

6. Gloria a Te, Tesoriera delle grazie del Signore! Fa parte anche a noi delle tue ricchezze.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

7. Gloria a Te, Avvocata tra Dio e noi miseri peccatori. Rendi a noi propizio il giudizio dell'Onnipotente.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

8. Gloria a Te, Debellatrice di ogni eresia e dei demoni. Sii per noi guida e maestra della retta via.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!


III - Corona di Bontà

Per onorare ed invocare la misericordia di Maria verso noi miseri peccatori, e per la conversione di tutti i peccatori, bontà verso i diseredati, verso i perseguitati, verso i bisognosi, misericordia per i moribondi.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....
Pater Noster qui es in caelis....

9. Gloria a Te, Rifugio dei peccatori! Intercedi per noi presso il Signore, specialmente per le cause impossibili.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

10. Gloria a Te, Madre degli orfani, consolatrice di ogni lutto e vedovanza! Rendici proprizio il Padre Nostro che è nei Cieli.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

11. Gloria a Te, Letizia dei giusti e dei perseguitati! Rendici propizia la giustizia Divina per il gaudio eterno.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

12. Gloria a Te, in vita ed in morte o Ausiliatrice sempre presente delle cause nostre! Portaci con Te in Paradiso, e fa che i nostri nemici restino confusi e riconoscano la potenza del nostro Dio.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....

Preghiamo
Ave o Maria, Figlia di Dio Padre; Ave o Maria, Madre di Dio Figlio; Ave o Maria, Sposa dello Spirito Santo; Ave o Maria, Tempio glorioso della Santissima Trinità.
Ave o Maria, ripeto dal profondo del cuore, Signora mia, tesoro mio, bellezza mia, Regina del mio povero cuore, Madre amatissima, vita e dolcezza, speranza mia carissima: Totus tuus ego sum, et omnia mea tua sunt. [...] Accipio te in mea omnia, praebe mihi cor tuum, o Maria... Sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio è tuo. [...] Ti accolgo in tutto me stesso, offrimi il cuore tuo, Maria.
Sia dunque in me l'anima Tua per magnificare il Signore; sia in me il Tuo spirito per rallegrarsi in Dio, mio Salvatore.
Poiniti, o Vergine fedele, qual sigillo sopra il cuore mio, affinché in Te e per te io sia trovato fedele a Dio, Divin Giudice dell'anima mia.
Degnati ammettermi, per Tua bontà, fra coloro che Tu ami, istruisci, dirigi, nutri, proteggi e correggi qual figli Tuoi; e fa che, disprezzando per amor Tuo ogni bene terreno, aspiri incessantemente ai beni celesti, sino a che per mezzo dello Spirito Santo, fedelissimo Sposo del purissomo corpo ed anima Tua, sia formato in me Gesù Cristo Figliuolo Tuo amatissimo, alla gloria del Divin Padre, per l'eternità.
Così sia.

*******************************

Video e audio a cura del:
Movimento Domenicano del Rosario

www.sulrosario.org
info@sulrosario.org