giovedì 28 febbraio 2013

Rinuncia del Papa e san Gregorio Nazianzeno

28.02.2013 14:27
(Benedetto XVI da San Celestino)

Rinuncia del Papa e san Gregorio Nazianzeno
Vista la drammatica situazione in cui ci troviamo, e pur non volendo nutrire le voci mediatiche che si pongono contro la scelta del Papa accusandolo quasi di "lesione al ruolo Petrino", oppure all'opposto, di stolti progressisti atti a rivendicare un cambiamento radicale del ruolo di Pietro che possa, con il futuro Pontefice modificare a suo piacimento la dottrina della Chiesa su svariati argomenti, oppure divagando su una serie di artificiosi articoli tendenti ad interpretare l'interpretabile, ci sembra comunque un dovere non tacere e rivolgere a noi stessi e a voi lettori articoli di riflessione lasciando aperta quella porta del Mistero che vede sempre e comunque lo Spirito Santo artefice e guida della Sposa di Cristo.

Vogliamo riportare dal sito Orizzonti Cristiani, questo eccellente passo che vogliamo fare nostro:

I precedenti in realtà sono abbondanti e molto significativi, ma non tanto nella storia dei papi, quanto nelle biografie dei padri della Chiesa antica. I grandi vescovi e teologi dei primi secoli, cresciuti in un mondo pagano e in uno spirito laico, non avevano certamente remore e sfumature nel parlare del proprio rapporto con le cariche ecclesiastiche, descritte come una tentazione da sfuggire in ogni modo.
Vi era in questo “elogio della fuga” un duplice intento, quello di evitare la tentazione del potere e quello di affermare la superiore dimensione mistica della “fuga mundi”, soprattutto a partire dal diffondersi del monachesimo nel IV secolo.
Potremmo ricordare tanti nomi della Chiesa d’Oriente e d’Occidente, da sant’Atanasio di Alessandria a sant’Agostino di Ippona, ma forse la testimonianza più adatta a comprendere il gesto del papa attuale è quella di san Gregorio Nazianzeno, grandissimo teologo e letterato della seconda metà del IV secolo in Cappadocia, che dopo essersi più volte sottratto alla carica episcopale fu “costretto” ad accettare quella più prestigiosa del tempo, il patriarcato di Costantinopoli.
Con la sua parola, i suoi famosi “discorsi teologici”, riconquistò alla vera fede un popolo quasi interamente traviato dall’eresia ariana, permettendo la celebrazione di uno dei più importanti Concili della storia della Chiesa, il Costantinopolitano I del 381, il cui simbolo di fede si ripete ancora oggi a memoria in tutte le chiese. Queste furono le sue accorate parole, alla fine di quello straordinario servizio alla Chiesa universale:


 « Lasciatemi riposare dalle mie lunghe fatiche, abbiate rispetto dei miei capelli bianchi ...
Sono stanco di sentirmi rimproverare la mia condiscendenza, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi e contro l'invidia, contro i nemici e contro i nostri. Gli uni mi colpiscono al petto, e fanno un danno minore, perché è facile guardarsi da un nemico che sta di fronte.
Gli altri mi spiano alle spalle e arrecano una sofferenza maggiore, perché il colpo inatteso procura una ferita più grave (...)
Come potrò sopportare questa guerra santa?
Bisogna parlare di guerra santa così come si parla di guerra barbara. Come potrei riunire e conciliare questa gente? Levano gli uni contro gli altri le loro sedi e la loro autorità pastorale e il popolo è diviso in due partiti opposti (...) Ma non è tutto: anche i continenti li hanno raggiunti nel loro dissenso, e così Oriente e Occidente si sono separati in campi avversi” (Discorsi 42, 20-21) ».

 Anche Benedetto XVI può a buon diritto essere inserito nella lista dei padri della Chiesa contemporanea. Come Gregorio passò gli ultimi anni della sua vita nel silenzio e nella preghiera, componendo meravigliose poesie, così Joseph Ratzinger pregherà per noi, forse scrivendo testi altrettanto meravigliosi, lodando il Signore con il suo pianoforte e il suo sorriso.
P. Stefano Caprio

***

Si potrebbe essere pignoli e dire: ma san Nazianzeno non era il Papa e non era Vicario di Cristo, non era il successore di Pietro ..
Questo naturalmente detto fra noi perchè poi le polemiche stanno a zero davanti ai progetti di Dio del quale leggiamo: Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore (Is.55,8), e perché il senso stesso delle parole di san Gregorio Nazianzeno sono davvero le stesse che potrebbe pronunziare Papa Benedetto XVI per il nostro oggi.
Noi crediamo che la legittimazione dell'atto vada cercato anche nel come è mutato il ruolo del Papa da dopo il Concilio.
Prima i Papi non erano soggetti a spostamenti così vertiginosi e continui, non a caso dopo il Concilio di Trento e con la scoperta dell'America, il Papa invia i Nunzi apostolici per sostituirlo, non c'erano le Gmg e non c'era la necessità del Papa di "farsi vedere". Per non parlare di lunghissime Sedi Vacanti, persino due anni senza Pietro.
Con Paolo VI le cose cambiano, vedasi il gesto della Tiara che infatti non è mai stata abolita, ma che da allora lascia al Successore di Pietro la libertà se usarla o meno. Paolo VI "venderà" per altro la "sua" tiara, quella che gli regalarono i milanesi, e non ha mai venduto quelle appartenenti alla Sacrestia pontificia.

Il tarlo di una certa collegialità (tarlo, termine usato da Ratzinger nella presentazione del documento Communionis Notio e che più avanti tratteremmo con un articolo specifico) infiltrandosi cercherà di portare il ruolo petrino alla pari con gli altri vescovi.
Un tarlo che queste dimissioni, questa rinuncia, ripropone da parte di quelli che vogliono vedere nel gesto del Papa solo un marciume in atto a modificare il ruolo petrino.
Certo è che con Paolo VI il ruolo del Pontefice è cambiato, è diventato quasi un ruolo ad personam, un pò complici i Media che strumentalizzano parole e gesti di un pontefice adattandolo alle esigenze laiciste.
Un esempio lo abbiamo avuto con la malattia di Giovanni Paolo II. Egli ebbe il merito e come compito divino-pastorale di radunare i giovani dopo averli tolti dalle piazze ideologiche e partitiche. Il suo Successore, Benedetto XVI, ha avuto il compito di istruire alla vera dottrina questi giovani compiendo così anche una sorta di selezione naturale nella quale ci sono stati anche molti abbandoni dopo la morte del Pontefice.

Ma il Papa all'ultima Udienza del Mercoledì è stato chiaro, per chi vuole ben intendere questo gesto epocale: non è abbandonare la Chiesa.
Il Papa non è un superman come i Media avevano identificato nel suo predecessore.... e quindi è legittimamente suscettibile di rinuncia laddove le sue forze non fossero in grado di tenere il passo con le esigenze che spesso sono proprio mediatiche.
A luglio c'è la GmG e il Papa giustamente è preoccupato: andare o non andare? e in quale stato? in carrozzella attirando su di sè l'attenzione mediatica?
non è da Ratzinger....
Ha capito che sopraggiungendo la dura vecchiaia, i Media avrebbero cominciato a fare le pulci alla sedia a rotelle (non dimentichiamo i commenti acri, acerbi, quando Benedetto XVI salì per la prima volta sulla pedana mobile, catturando le prime pagine dei giornali con commenti davvero diabolici), ad ogni movimento del suo corpo, alla voce sempre più flebile.... una radiografia odiosa che tutti ben ricordiamo con il predecessore, che senza sua colpa il Papa era diventato una sorta di feticcio da adorare perchè malato e quindi DA COMPATIRE.

Noi crediamo che Ratzinger odi quella compassione laicista e mediatica alla quale non vuole offrire la sua vita.
Infine crediamo che Benedetto XVI abbia così lanciato un messaggio forte ai Cardinali: occorre un Papa forte ed energico per far fronte alle derive del mondo e non per compiacerle come certi commenti progressisti hanno avanzato!
Lui in 8 anni ha deposto ben oltre 20 vescovi dalle loro postazioni, l'ultima rinuncia l'ha accolta da O'Bryan....
Ora tocca al nuovo Papa! E noi siamo fiduciosi e crediamo che lo Spirito Santo avrà l'ultima parola allor quando il sacrificio, questo martirio bianco di Papa Benedetto, eleverà al Cielo (insieme al Popolo veramente santo e che solo Dio sa riconoscere come tale), suppliche e preghiere per le quali ci consola sapere dalla parola di Dio che:
"a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati" (Mt.24, 22).

***

Maggiori informazioni http://anticlericali-cattolici.webnode.it/news/benedetto-xvi-la-rinuncia-e-san-gregorio-nazianzeno/

lunedì 11 febbraio 2013

DECLARATIO Benedetto XVI lascia il Ministero

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO - DECLARATIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI SULLA SUA RINUNCIA AL MINISTERO DI VESCOVO DI ROMA, SUCCESSORE DI SAN PIETRO, 11.02.2013

Nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione di alcuni Beati, tenuto alle ore 11 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, durante la celebrazione dell’Ora Sesta, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto ai cardinali presenti il seguente annuncio:


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http://d1.yimg.com/sr/img/1/a6232880-cdd2-34d5-9ad3-2409ad72729d



Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando.
Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.


Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013


BENEDICTUS PP XVI




Dall’età tardo antica a oggi tutte le volte che un Papa ha rinunciato (o dovuto rinunciare) al suo ministero
Scesi dal soglio di Pietro
 La risposta di Benedetto XVI  nel libro-intervista Luce del mondo, era stata esplicita. Alla domanda del giornalista Peter Gregorio XII in una miniatura delle «Cronache di Norimberga» (XV secolo)Seewald («Quindi è immaginabile una situazione nella quale lei ritenga opportuno che il Papa si dimetta?») aveva detto «Sì. Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi».
In verità, la ricostruzione storica dei casi in cui si è interrotto un pontificato prima della morte del Papa, ci riconduce a pochissime figure e in nessun caso a una situazione come quella che si è verificata con la decisione di Benedetto XVI.
Si comincia da anni assolutamente incerti dal punto di vista della documentazione storica con i dubbi sulla corretta ricostruzione storica della successione che da Pietro porta a Papa Clemente. Si giunge al XV secolo quando la rinuncia di Papa Gregorio XII (indotta dal concilio di Costanza) favorì la ricomposizione dello scisma d'Occidente.
Nel mezzo si incontrano figure come quelle di Ponziano, di Silverio e di Benedetto IX. E, naturalmente, la più nota, Pietro del Morrone, Celestino V.
 
12 febbraio 2013



Osservatore Romano

mercoledì 6 febbraio 2013

Maledetto quel fuoco di...paglia...

si sapeva... quando si parla a braccio e quando si parla troppo, si finisce per prestare il fianco al nemico....
Riteniamo che nella Chiesa Cattolica siano in troppi a parlare, e che si si vuole e si deve parlare, basterebbe RIPORTARE il Magistero della Chiesa SENZA STRAVOLGIMENTI come chiede più volte il Papa....
Da ieri i titoloni dei giornali sostengono che grazie alle parole di mons. Paglia, la Chiesa apre la porta alle coppie omosessuali.... ma questo è FALSO!!!
Come interpretare le parole di mons. Paglia?
Vi proponiamo l'articolo di lanuovaBussolaQuotidiana che ha chiarito un pò questo "fuoco...di paglia"  ma invitiamo il Presule a fare attenzione a quando rilascia dichiarazioni pubbliche e quando vuole parlare a nome della Chiesa e dunque anche nostra....

Fuoco di Paglia
di Riccardo Cascioli

06-02-2013
Mons. Vincenzo Paglia

S’avanza una strana idea nella Chiesa italiana a proposito di famiglia e offensiva gay. Vale a dire: continuare a proclamare l’unicità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ma nello stesso tempo concedere un riconoscimento giuridico – sebbene non parificato al matrimonio - alle convivenze, sia etero che omosessuali.

E’ già da un po’ che si sente circolare questa idea ma il 4 febbraio l’ha esplicitata monsignor Vincenzo Paglia, neo presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, nel corso della conferenza stampa inaugurale del proprio mandato. Nel discorso introduttivo, monsignor Paglia ha parlato in realtà soltanto del valore unico della famiglia naturale e ha presentato le iniziative del suo dicastero per promuovere una «cultura della famiglia».
Ma poi, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha fatto una serie di affermazioni che tradiscono una impostazione francamente sconcertante, sia nel merito sia nella forma. Pur ribadendo che il matrimonio è solo tra uomo e donna (e ha citato anche Giorgio Gaber a supporto di questa tesi) ha però detto che vanno anche riconosciuti i diritti delle coppie di fatto, anzi «è tempo che i legislatori se ne preoccupino». Inoltre, monsignor Paglia nel riconoscere che c’è una molteplicità di «convivenze non familiari» assicura che la Chiesa è favorevole «a che in questa prospettiva si aiutino a individuare soluzioni di diritto privato e prospettive patrimoniali all’interno dell’attuale Codice civile». Infine non poteva mancare un omaggio al “politicamente corretto” con l’invito a vigilare sulle discriminazioni delle persone omosessuali nel mondo: «In oltre venti paesi l’omosessualità è ancora perseguita come reato».


Si diceva che le affermazioni sulle convivenze sono sconcertanti, anzitutto nel merito. Paglia chiede che il Parlamento legiferi in materia di «convivenze non familiari» per trovare  soluzioni di diritto privato e prospettive patrimoniali. Quindi l’ex vescovo di Terni ritiene che attualmente non siano garantiti i diritti dei conviventi, ma qui sbaglia di grosso: i diritti sono garantiti eccome – per etero e omosessuali -, sia dalla legge sia dalla giurisprudenza, che in materia è particolarmente ricca. Tanto è vero che quando si vogliono lanciare campagne per il riconoscimento delle coppie di fatto, si agitano problemi palesemente falsi (vedi l’assistenza del convivente in ospedale). Di fatto già oggi ci sono tutti gli strumenti possibili nel diritto privato per regolare in modo equo le relazioni fra conviventi.

Un eventuale intervento del legislatore, perciò, si configurerebbe come riconoscimento della convivenza e non come tutela dei diritti dei conviventi, cioè si andrebbe a creare un simil-matrimonio, che in verità non ha alcuna ragion d’essere. Peraltro, l’invito di Paglia era già stato colto dal governo Prodi che presentò nel 2006 il progetto dei Dico (firmato dai ministri Bindi e Turco), ma la Chiesa fece di tutto per bloccarli anche con il sostegno al Family Day. Vogliamo dire che allora la Chiesa si sbagliò e oggi una analoga proposta non incontrerebbe grande resistenza?

Ad ogni modo vale la pena ricordare che lo Stato – ogni Stato – si occupa della famiglia e riconosce la famiglia come propria cellula fondamentale non per garantire dei diritti ai coniugi o per riconoscere l’amore fra i due, ma in funzione della necessità dello Stato stesso. Detto molto banalmente: lo Stato ha bisogno di figli (scopo di ogni società è durare nel tempo), i figli nascono dal rapporto tra uomo e donna, i figli – per crescere bene, sviluppare tutte le potenzialità umane che hanno - hanno necessità di un padre e una madre dentro rapporti stabili. Lo Stato non si occupa di quanto un marito e una moglie si vogliano bene – e ci mancherebbe altro – ma semplicemente si preoccupa della tutela dei figli, che sono il futuro della nazione. Ecco perché gli articoli del Codice civile che si riferiscono al matrimonio – e che anche monsignor Paglia avrà letto mille volte alle coppie che avrà sposato – sono un elenco di doveri (fedeltà, assistenza materiale e morale, coabitazione, educazione dei figli, collaborazione), non di diritti. E marito e moglie nel matrimonio si assumono davanti alla società la responsabilità di assolvere questi doveri. I diritti patrimoniali – cui fa accenno Paglia riferendosi ai conviventi – discendono da questi doveri: la successione o la reversibilità della pensione a questo sono legati, perciò non ha alcun senso chiederli per le coppie conviventi che, proprio in quanto conviventi, non si assumono alcun dovere. Se invece il convivente si assumesse anche dei doveri, allora diventerebbe una relazione matrimoniale.

Il fatto che tra due persone conviventi ci sia una relazione affettiva, che magari in alcuni casi – ma solo in alcuni casi - possa essere più stabile di alcuni matrimoni non significa nulla dal punto di vista dello Stato, e la Corte Costituzionale già nel 1996 ha negato per questo ogni rilievo giuridico alla convivenza. Né questo dipende – come lascerebbe intendere l’intervento di mons. Paglia – dal numero delle convivenze: oggi è un fatto talmente diffuso, si dice, che il legislatore non può non prendere in considerazione il problema.
Ma l’intervento dello Stato si basa sulla natura del rapporto non sulla sua diffusione, anzi: proprio perché la famiglia naturale è in crisi si giustificherebbe una sottolineatura ancora più marcata per valorizzare questo istituto così fondamentale per la vita di una società, anche dal punto di vista economico.

E qui entra in gioco anche il giudizio morale, che riguarda più specificamente la Chiesa cattolica. L’intervento di Paglia sembra sottintendere una neutralità morale della convivenza: c’è chi si sposa, c’è chi convive (anche omosessuali), tutte scelte comunque possibili che dipendono semplicemente dalla volontà dei singoli. Ma per la Chiesa non è così: pur non obbligando nessuno, però è chiaro che l’unico luogo deputato per i rapporti sessuali è il matrimonio – e anche qui ci sono motivi adeguati alla ragione -, e non pare che questo insegnamento sia stato abrogato nel frattempo; non parliamo poi dei rapporti omosessuali, che restano contro natura malgrado la cultura dominante dica il contrario. Chiedere qualsiasi tipo di assegnazione di diritti alla convivenza implica invece un riconoscimento implicito del suo valore morale e un incoraggiamento a permanere in questo tipo di relazione, anche omosessuale. Detto per inciso, è anche in questo modo che s’avanza il pensiero omosessualista nella Chiesa: da una parte si continua a proclamare che l’unica famiglia è quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ma dall’altra si avallano stili di vita incompatibili con la vocazione dell’uomo.

Questo tipo di ambiguità sarebbe già abbastanza grave da parte di qualsiasi vescovo ma detta dal presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, per di più nella conferenza stampa con cui inaugura il suo mandato, assume una gravità particolare, anche se – dicevamo all’inizio – questa posizione si va diffondendo nella Chiesa italiana, nella migliore delle ipotesi come (miope) strategia politica per salvare l’unicità della famiglia naturale.
Certo, qui nascono inevitabilmente domande sul perché di certe nomine in Vaticano, soprattutto in dicasteri così importanti, ma è un tema su cui avremo modo di tornare. Resta il fatto che sulla questione del matrimonio e delle convivenze urge un chiarimento dei vertici della Chiesa: di confusione ce n’è già abbastanza.

venerdì 1 febbraio 2013

QUIZ per capire se appartenete a un “culto distruttivo”

QUIZ per capire se appartenete a un “culto distruttivo”

01.02.2013 09:53
 


QUIZ per capire se appartenete a un “culto distruttivo”, più conosciuto come "setta":

questo Questionario, elaborato da esperti (anche psicologi e sociologi) in materia, permette di evidenziare le "caratteristiche comuni" a tutti i culti con effetti negativi sul comportamento, sulla libertà e sulla psicologia della persona. Non intende circoscriversi ad un unico gruppo, né intende riferirsi alla religione in quanto tale, anzi, al contrario questo Questionario intende proprio salvaguardare la religione stessa da quei gruppi che al suo interno ne stravolgono sovente i veri fini e l'autentico insegnamento, tutelandone la serietà.
Infatti, questo Questionario non è applicabile ai cosiddetti "monasteri o comunità religiose" specialmente secolari, nelle quali è implicito che esista una certa disciplina, Regola, accettata liberamente come stile di vita comune insieme e dove il concetto di famiglia non si sviluppa con dei bambini da crescere, ma tra persone adulte il cui libero arbitrio si autoregola ed alimenta proprio attraverso la Regola e le Costituzioni già collaudate nel tempo.
In sostanza queste domande e risposte faranno luce sul gruppo laicale a cui appartenete.
Rispondete sinceramente e francamente alle domande: non avete motivo di sentirvi in colpa a farlo perché queste domande possono aiutarvi a capire chi siete, quanta padronanza avete del vostro libero arbitrio e come stare meglio, ma è importante rispondere con tutta onestà con un si o con un no evitando ogni tipo di giustificazione.
Al termine del Questionario controlla la Nota in fondo (*)

1. Nel tuo gruppo vengono scoraggiati i dubbi, le critiche o le idee che non sono in sintonia con il sistema di elaborazione al suo interno?
2. Tendi a razionalizzare (o a giustificare) tutto ciò che viene fatto dal tuo gruppo, anche quando sei consapevole che questo va contro il tuo "sesto senso" di ciò che è giusto e sbagliato?
3. Ti senti spesso esausto per la lunghezza delle attività, incontri e progetti del gruppo?
4. Il tuo gruppo utilizza un linguaggio speciale, ricco di neologismi e di termini generalmente incomprensibili agli esterni?
5. I dubbi esposti vengono considerati una mancanza di fede, di consacrazione, di impegno o quale mancanza di lealtà verso il gruppo? In sostanza: i tuoi pensieri (naturalmente non contrari alla retta fede, ma non in linea con la programmazione del gruppo) sono diventati qualcosa da combattere/reprimere/condannare?
6. Riesci a vivere il culto al di fuori della programmazione del gruppo, ossia: preghi di tua spontanea volontà o solo quando è previsto dal programma del gruppo?
7. Ti ritrovi spesso a fare sempre più cose nel gruppo che non avresti fatto di tua iniziativa?
8. Il tuo gruppo umilia o critica pubblicamente i suoi membri?
9. Il tuo gruppo possiede un sistema di punizioni o di premi per il comportamento dei suoi membri?
10. Il tuo gruppo ritiene ossessivamente di essere perseguitato da altri gruppi o da persone che hanno altre convinzioni?

11. La prospettiva di abbandonare il tuo gruppo ti spaventa o ti sembra molto difficile da attuare?
12. Senti il bisogno, qualche volta e in crescendo, di lasciare di nascosto il tuo gruppo?
13. Ti è stato detto (o pensi) che se abbandoni il gruppo ti accadrà sicuramente qualcosa di brutto?
14. Il tuo gruppo filtra l'informazione e le comunicazione esterne? Ritiene di essere "il solo" ad avere la soluzione a tutti i tuoi problemi?
15. Le idee o il sistema di credenze del leader viene considerato al di sopra di ogni critica, ritenuto di carattere sacro o intoccabile?
16. Segui un particolare individuo, del tuo gruppo, che esige ubbidienza e lealtà cieca ed assoluta?
17. I membri del tuo gruppo si considerano particolarmente eletti, superiori o un'élite esclusiva?
18. Senti il bisogno di salvare o convertire altri al tuo sistema di gruppo e metodo?
19. Il tuo gruppo mantiene la segretezza verso gli estranei sulle sue opere, insegnamenti, attività o credenze?
20. Il tuo gruppo associa la purezza e la bontà all'essere membri del gruppo, e l'impurità o il male a coloro che si pongono al di fuori del gruppo?

21. Poni la missione o le attività del tuo gruppo al di sopra dei tuoi obiettivi ed ideali personali? Gli interessi del gruppo hanno la precedenza sui tuoi interessi?
22. Ti scopri a ragionare in termini di noi-loro, noi-contro gli altri esterni al gruppo?
23. Vedi sempre meno i membri della tua famiglia ed amici che non appartengono al tuo gruppo o che non accettano di condividerlo?
24. Da che sei entrato nel gruppo i tuoi rapporti con parenti e familiari che non ne fanno parte sono radicalmente cambiati?
25. Se sei coniugato/a il tuo coniuge è stato spinto in qualche modo ad entrare nel gruppo?
26. Esiste fra i coniugi la libertà di non aderire al gruppo? se è sì, l'armonia familiare ne risente? I figli sono lasciati liberi di scegliere?
27. Il tuo gruppo usa frequentemente per le testimonianze pubbliche svelare confessioni private per rafforzare la missione o gli obiettivi privati del gruppo?
28. La comunicazione (le amicizie) all'interno e dall'esterno del tuo gruppo viene controllata o censurata in qualche maniera?
29. Il tuo gruppo critica, emargina, abbandona o disprezza gli individui che decidono di abbandonare il gruppo?
30. Le confessioni, i difetti o le debolezze dei singoli vengono usate pubblicamente nel gruppo come monito disciplinare?

31. I membri, quando devono fare scelte di vita personali, cercano forse di avere prima il permesso o l'approvazione dei leader del gruppo? In questo caso in vista anche di un fidanzamento o matrimonio vi sentite pilotati dal gruppo a riguardo della scelta del partner?
32. Avverti una forte pressione a partecipare sempre agli incontri, adunanze, lezioni e seminari del gruppo e ti senti colpevole se non vi partecipi?
33. Avverti una pressione a dare una parte dei tuoi guadagni al gruppo o di spendere denaro in corsi, libri o progetti speciali?
34. I bisogni finanziari del gruppo vengono ritenuti più importanti del tuo proprio benessere economico, anche a riguardo delle necessità dei figli?
35. Il tuo gruppo opera discriminazioni contro qualcuno per quanto riguarda la diversità, o altri gruppi legati alla fede ma non del tuo giro?
36. Il tuo gruppo possiede una struttura totalitaria, ossia: uno stretto controllo gerarchico a causa del quale i membri non possono avere iniziative?
37. Ti domandi a volte se ti sei lasciato coinvolgere in un gruppo restrittivo?
38. Hai una bassa o scarsa stima di te stesso, ossia: avverti una perdita di identità perché l'hai fusa con il gruppo?
39. Hai difficoltà a prendere delle semplici decisioni e fare delle scelte importanti anche quelle che riguardano il concepimento dei figli? In sostanza questa domanda vi chiede se siete controllati dal gruppo a riguardo dei numeri dei figli imposti; se siete costretti ad abortire, ma anche se siete costretti a farne secondo la volontà del gruppo. Ricordati che ogni gravidanza è un dono e non una imposizione.
40. Ti senti spesso ansioso/a, depresso, inquieto o nervoso?

41. Ti senti isolato/a, solo/a, colpevole, cinico specialmente verso chi non fa parte del tuo gruppo?
42. Hai difficoltà di memoria a breve termine?
43. Ti sembra di non avere nulla in cui credere, o da condividere, al di fuori del gruppo?
44. Avverti qualche volta del disagio ed insofferenza verso il gruppo o verso coloro che ne detengono la leadership?
45. Avverti qualche volta un senso di supina incensazione verso il gruppo o coloro che ne detengono la leadership, fino a non poter fare a meno di loro?
46. Hai qualche volta degli incubi o sogni spiacevoli?
47. Trovi difficile o impossibile smettere di compiere le pratiche mentali o rituali del gruppo?
48. Hai mai visto se nel tuo gruppo fioriscono idee o iniziative (buone naturalmente) che poi avete potuto realizzare liberamente?
49. Nel tuo gruppo vi sentite liberi di poter fare qualcosa che non era prevista nel programma abitudinale degli incontri?
50. Le vacanze o i giorni festivi come le Domeniche, sono sempre associati esclusivamente al programma e attività del gruppo? La vostra famiglia è libera di trascorrere la festività religiosamente in modo indipendente?

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(*) - Se hai risposto affermativamente a dieci domande, la situazione è seria ma non drammatica, sei ancora in tempo per riprenderti la tua libertà ed ora puoi comprendere da te stesso che hai una identità da recuperare;
- se sei affermativo/a oltre le dieci domande, comincia a preoccuparti, sei entrato in una spirale pericolosa;
- se sei stato affermativo/a ad oltre venti domande, è già un miracolo che tu abbia potuto completare il Questionario, ma hai bisogno di aiuto per uscire da questa schiavitù e il tuo gruppo è un gruppo gravemente restrittivo, in qualsiasi religione esso si trovi.
- Se sei affermativo/a oltre le quaranta domande il gruppo al quale hai aderito è distruttivo.
- Se invece hai risposto negativamente ad almeno 25 domande, la metà del Questionario, il gruppo a cui appartieni seppur equilibrato rischia di diventare settario, perciò cerca di essere tu stesso a renderlo sempre equilibrato e in sintonia con l'autentica libertà di ogni individuo, nel rispetto della vera dignità di tutti.

Ricordati: non è la religione a rendere schiave le persone, ma spesso sono i gruppi che le compongono che, differenti fra loro, non tutti agiscono per un bene comune. Diffida sempre da chi ti rende schiavo/a, da chi inibisce la tua libertà, da chi si impossessa della tua volontà. L'autentica religione rende libera la persona aumentando e perfezionando la sua specifica identità nei confronti di sé stesso, nei confronti di Dio e del prossimo. Aiuta la vera religione a non essere testimonianza di intolleranza e schiavitù in un mondo in cui questa viene usata per negare all'Uomo la sua Anima, il suo fine ultimo, il suo scopo di vita.

 Maggiori informazioni http://anticlericali-cattolici.webnode.it/news/quiz-per-capire-se-appartenete-a-un-culto-distruttivo/
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lunedì 7 gennaio 2013

Laici o laicisti?

 




Laicità o laicismo? Laici o laicisti?

Proponiamo questo breve articolo per rispondere ad una delle osservazioni rivolte a noi da Antonio F. - risorgimentale - in un suo messaggio nel Libro degli ospiti, certi così di fare a lui e ai lettori, cosa gradita.

Laico è un termine fin troppo abusato, ma esso deriva dal latino "laicus" e dal greco "laikos", aggettivo formato da "laos" che vuol dire popolo - onde laitos e leitos che vuol dire "pubblico". Il termine così ha da sempre significato nella Chiesa il popolo, la gente, colui che appartiene al popolo ossia che non ha abbracciato la vita ecclesiastica e vive tra la gente, "secolare".
Il primo testo in cui compare la parola laico è la famosa Lettera ai Corinti di Clemente romano, Papa,  della fine del primo secolo, dove egli indica che la comunità cristiana deve essere ordinata (distingue facendo riferimento al giudaismo: sommo sacerdote, sacerdoti, leviti, laici).
I laici, immersi nelle realtà del mondo, all’interno della compagine ecclesiale sono coloro che appartengono al popolo: i battezzati che non rivestono alcuna funzione nella gerarchia ecclesiastica. Etimologicamente San Girolamo attribuisce il termine laici alla radice greca λαός (popolo).
Fin dai primi tempi del cristianesimo nella comunità cristiana si vanno delineando i tratti della sua composizione: una struttura gerarchica e un popolo laico.
Nei laici si trovano carismi spirituali diversi che corrispondono a vocazioni particolari. Le donne vi partecipano come gli uomini.
Insomma il termine non ha mai indicato l'ateo, l'agnostico o altro, ma semplicemente colui che non era sacerdote, ecclesiastico, il popolo e, nello specifico, il popolo che lentamente confluiva nella vita della Chiesa.  
E' errato pensare e dire che questo termine fu usato "poi" dalla Chiesa, è esattamente il contrario, nell'Impero Romano e nel mondo fino ad allora conosciuto, il termine "laico" non era di uso comune, lo rese celebre proprio la Chiesa nel suo distinguere il popolo dai consacrati.
E' normale che all'epoca il termine non indicasse gli atei come si pretende far congiungere oggi perché il problema non esisteva, non esisteva un popolo di "non credenti" che rivendicasse il proprio ateismo quindi, quando si parlava di laici, si è sempre indicato principalmente il "popolo credente" ma non consacrati nel ministero.
Suggeriamo di leggere questa ricostruzione del laico nella storia:
http://www.iuscanonicum.it/Contributi/10%20laici%20nella%20storia.htm

A partire dall'anno Mille circa, con gli Ordini terziari associati agli Ordini religiosi, vengono a formarsi i primi gruppi di laici "consacrati", un esempio comprensibile a tutti è la posizione assunta da Santa Caterina da Siena "mantellata domenicana", laica consacrata del medesimo Ordine di San Domenico, a questa forma si aggiunsero le Confraternite, gruppi di laici che all'interno di queste strutture fornivano aiuto ai sacerdoti, si prodigavano verso i più poveri, custodivano il decoro delle Chiese e degli Ospedali, organizzavano Feste patronali, alimentando e custodendo la devozione o il culto al Santo del proprio Paese, inoltre erano davvero imponenti quando si prodigavano negli Anni giubilari estendendo una fitta rete di aiuti materiali e spirituali ai pellegrini. Tanto per fare un esempio citiamo le Confraternite che ininterrottamente operano ancora oggi presso i Santuari più famosi come quello di Santiago di Compostela, o altri Santuari mariani.
In definitiva, l'essere laico, era semplicemente non amministrare il Culto, ma prestare un servizio agli "amministratori dei misteri divini" (cfr. 1Cor. 4 "Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.") il cui ministero va dal servizio della carità materiale, quanto al servizio della carità sacramentale.
Laici erano considerati anche quanti appartenevano alla classe politica. Lo stesso ruolo di Cesare e dell'Impero Romano era riconosciuto come laico da Gesù stesso, così come il concetto di Stato, nella Chiesa, è sempre stato considerato "laico", ossia svincolato dal Culto e dunque non confessionale. Ma "non confessionale" non vuol dire neppure "ateo".

Fino al 1700 circa, ossia fino all'implodere dell'Illuminismo e delle varie Rivoluzioni, il termine laico non è mai stato oggetto di interesse, né di assegnazione al negativo o al positivo. Fu con l'avanzare di uno spaventoso anticlericalismo massonico attraverso il quale essere consacrati, essere preti era giudicato in negativo, a far scaturire un concetto di positività o negatività al termine laico. Una positività che si riscontrava però a discapito del Prete, a discapito dell'appartenenza alla Chiesa. Nasce così il "laicismo" per contrapporsi a quel "rendere a Dio ciò che è di Dio".
E' erroneo e non corrisponde al vero che il cosiddetto "Stato laico" sarebbe semplicemente uno Stato "ateo" libero dalla legge di Dio.
Non solo questo è falso, ma alimenta di fatto la mostruosità che lo Stato sarebbe, a questo punto, dio di se stesso, con un ritorno al Cesare-dio in cui oggi la divinità sarebbe lo Stato e la sua bibbia la Costituzione.

Nel dicembre 2008 Avvenire riportava questo articolo interessante:
"Sul nesso fra Dio, religione e politica, l'insegnamento di Gesù Cristo si pone come evento inedito per quanto concerne la diversità fra Dio e Cesare (Mt.22,17): la novità cristiana è racchiusa nella nota frase: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Si tratta di un detto instauratore, capace di introdurre un passo in avanti nell'esperienza spirituale e politica dell'umanità.
Venne così introdotta la duplicità della rappresentanza (spirituale e temporale) al posto dell'unità tipica della città antica in cui si congiungeva in un solo vertice (nell'imperatore che era anche pontefice) la rappresentanza sacrale e quella civile.
La diversità cristiana apparve un attentato di cospicue dimensioni alla politica poiché, introducendo la "laicità" sconosciuta alle culture antiche, apriva inedite possibilità di liberazione e di dissidio.
Come spesso ha rivelato Joseph Ratzinger, la frase di Gesù sottolinea non solo che occorre marcare i confini fra Dio e Cesare, ma che occorre rendere o dare. Il risuonare di tale verbo cambia la prospettiva della semplice separatezza fra Dio e Cesare. Il rendere a Cesare quanto è necessario: giustizia, pace, diritti, rispetto, è qualcosa di grande. Ma Cesare non è Dio.
Cesare può essere patria temporale, ma non è patria definitiva per alcun uomo.
Il rendere a Cesare implica, perché sia autentico e pieno, il rendere a Dio quanto è necessario e salutare. Dare solo a Cesare senza dare a Dio è rovina. Il versetto evangelico domanda un doppio dare, e l'uno non può stare senza l'altro.
Il secolarismo europeo è esattamente definito dal dare a Cesare senza minimamente dare a Dio, mediante l'ipocrisia di confinare Dio nella più remota privatezza della coscienza, come ha denunciato Benedetto XVI.
In questo modo si sterilizza il contributo che la religione offre al miglioramento civile. Mirando al vigore della vita morale e delle virtù, essa raggiunge la società nel suo punto più nevralgico.
 Contrariamente all'asserto del materialismo storico marxista, l'anatomia della società civile è l'etica, non l'economia politica. Chi riesce a migliorare il comportamento morale delle persone adempie il compito più importante nella società.
Non ve ne è nessuna che, per quanto dotata di istituzioni molto elaborate, possa sussistere in maniera decente e costituire una vita civile accettabile, se i suoi cittadini cedono troppo ai vizi e allo scatenamento delle passioni.
Se lo Stato può soggiacere a smisurate richieste eudaimonistiche ma non può garantire i propri fondamenti morali, deve trovare fuori di sé, ossia nella società, tali basi: che oggi sono messe a rischio dal relativismo intellettuale e morale, e dal secolarismo.
****
E ancora:
"La Chiesa non rivendica il diritto di dominare la dimensione secolare, ma ha tutto il diritto - di fatto l'obbligo, il dovere - di impegnare l'autorità secolare e di sfidare quanti la esercitano a soddisfare le esigenze di giustizia. In questo senso, la Chiesa cattolica non può stare, non è mai stata e non starà mai "fuori dalla politica". La politica implica l'esercizio del potere. L'uso del potere ha un contenuto morale e conseguenze umane. Il benessere e il destino della persona umana sono decisamente materia, e speciale competenza, della comunità cristiana".
(...)
D'altro canto vi sono personalità influenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, che cercano di ridurre la religione e la fede a un'opzione privata senza un ruolo pubblico da svolgere. Quindi cercano di edificare ciò che un critico definisce "una nuda pubblica piazza", rinchiudendo così la religione tra le pareti domestiche e secolarizzando totalmente la dimensione pubblica. (...)
... i cattolici, con il loro impegno per la tradizione della legge naturale, portano un contributo importante alla vita pubblica e al processo politico ... Infatti, come si può contribuire al bene comune se non si portano nei dibattiti e nelle discussioni le proprie convinzioni morali e i propri valori profondi?
Inoltre, le figure più autorevoli della tradizione cattolica, come san Tommaso d'Aquino, riconoscono la legittima autonomia della dimensione secolare-laica. La pretesa di "Cesare" alla lealtà e alla dedizione dei cittadini è legittima, ma la lealtà non può mai usurpare l'obbedienza alla corretta morale e il culto che si devono solo a Dio.
(..)
...un esempio è il santo inglese Tommaso Moro, che  Giovanni Paolo II definì "il celeste patrono dei governanti e dei politici".
 La grandezza di Moro sta nella sua lotta coraggiosa per restare fedele al proprio dovere verso il suo sovrano terreno senza mai compromettere la sua dedizione fondamentale ai dettami della propria coscienza di laico come riflesso della sua obbedienza al suo Re celeste. Come è ben noto, questa coerenza alla fine gli costò la vita, ma la sua testimonianza resta una forza potente e una ispirazione per quanti cercano di illuminare l'ordine sociale con la luce del Vangelo.
(..)
... ai laici di oggi è chiesta la stessa sfida che san Paolo pose ai suoi concittadini dell'impero romano:  "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Romani, 12, 2). La chiave qui è la virtù del discernimento - e questo è sempre un compito arduo.
(dall'Oss. Romano del 11-12 agosto 2008)

Sant'Ambrogio chiede ripetutamente agli imperatori di stare attenti a far sì che i loro atti di governo non siano contrari al volere di Dio:  è questo il modo concreto attraverso il quale, in dualità di ambiti, l'autorità politica onora e rende gloria a Dio. Così, il santo segnala che la dimensione morale non appartiene solo all'ambito religioso, ma anche a quello politico:  ed è questo ordine morale, che le due sfere condividono, il luogo in cui s'incontrano.

 Un laico, insomma, può benissimo essere cattolico, e un cattolico  è un laico. Non ci sono laici contro cattolici. È interessante notare  che "cattolico", usato socialmente dal XVI sec. circa, in seguito allo scisma d’Oriente, viene dal greco cattolico katholicos (da kata +  gen. di holos) e significa “universale”. Insomma, ciò che contraddistingue il cattolicesimo dalle altre dottrine cristiane (e persino non) è la vocazione universale e inclusiva, ovvero in grado di abbracciare anche chi non ha preso i voti, ovvero i laici.
Lo scontro tra laici e cattolici è cominciato con le Rivoluzioni, quando si è cominciata ad usare la dea-ragione contro la Divina Sapienza infusa nella Chiesa, contro l'etica e la morale (legge naturale), contro i Dieci Comandamenti.

Non a caso così spiega Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Pace 2013:
"La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana.
Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.
Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri?
Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente.
Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (..)
 La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società..."
 ***
Quindi ricorda: laici, laicità è una realtà individuata dalla Chiesa fin dal primo secolo.
Laicismo, laicisti no! E' una perversione del termine e del significato usato oggi contro la Chiesa, contro la religione, contro Dio, contro l'uomo di fede, contro la ragione stessa. Il laicismo è progressista (non progresso) e pretende di imporre una società secolarizzata nella quale non vi sia più il riferimento a Dio e alle radici Cristiane.

Suggerimenti alla lettura:

1. un libro: Laici e laicità: nei primi secoli della Chiesa - a cura di mons. Enrico Dal Covolo

2. Le radici della laicità (I-V secolo d.C.) prof. Paolo Siniscalco - Università di Roma “La Sapienza”
http://www.dirittoestoria.it/10/memorie/Siniscalco-Radici-laicita.htm

 ***

Maggiori informazioni http://anticlericali-cattolici.webnode.it/news/laici-o-laicisti-/

sabato 5 gennaio 2013

Lettera alle Mamme dei Sacerdoti

LETTERA DEL CARDINAL PIACENZA
«Madri di preti siete figlie dei vostri figli»
 
 3.1.2013
Con la stessa gratitudine con cui guarda a Maria, che «ha dato alla luce Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo», la Chiesa oggi continua a guardare «a tutte le mamme dei sacerdoti e di quanti, ricevuta quest’altissima vocazione, hanno intrapreso il cammino di formazione». Ed è proprio per esprimere questo particolare grazie alle madri dei preti e dei seminaristi, che il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il clero, ha deciso di inviare loro per la prima volta una lettera nella solennità di Maria Santissima Madre Di Dio, celebrata il 1° gennaio.

I figli, che queste donne «hanno accolto ed educato», sottolinea il porporato nel testo reperibile nel sito internet Clerus.org, «sono stati scelti da Cristo fin dall’eternità, per divenire suoi "amici prediletti" e, così, vivo e indispensabile strumento della sua presenza nel mondo».

Attraverso l’ordinazione, infatti, «la vita dei sacerdoti viene definitivamente presa da Gesù e immersa in lui, cosicché, in loro, è Gesù stesso che passa e opera tra gli uomini». Il cardinale, quindi, sottolinea l’importanza del compito affidato ai preti e ne rintraccia le radici proprio in quegli affetti e in quelle relazioni familiari di cui le madri sono solitamente le prime testimoni. «La vocazione sacerdotale, normalmente, ha nella famiglia, nell’amore dei genitori e nella prima educazione alla fede, quel terreno fertile nel quale la disponibilità alla volontà di Dio può radicarsi e trarre l’indispensabile nutrimento – sottolinea Piacenza –. Nel contempo, ogni vocazione rappresenta, anche per la stessa famiglia in cui sorge, un’irriducibile novità, che sfugge ai parametri umani e chiama tutti, sempre, a conversione».


Proprio come successo alla Vergine di Nazareth, quindi, la crescita di una vocazione è prima di tutto opera di una collaborazione tra Dio e l’uomo. In questo terreno fertile, secondo la riflessione del porporato, la scelta della vita sacerdotale porta un’autentica novità, nella quale «tutti i familiari - e le persone più vicine - sono coinvolti».
Ma «è certamente unica e speciale la partecipazione che è data di vivere alla mamma del sacerdote – ricorda Piacenza –. Uniche e speciali sono, infatti, le consolazioni spirituali, che le derivano dall’aver portato in grembo chi è divenuto ministro di Cristo. Ogni madre, infatti, non può che gioire nel vedere la vita del proprio figlio, non solo compiuta, ma investita di una specialissima predilezione divina che abbraccia e trasforma per l’eternità».


L’esperienza, poi, insegna che, nonostante la distanza dalla famiglia che la radicale scelta di Cristo produce, «la madre "riceve" il figlio sacerdote in un modo del tutto nuovo e inatteso, tanto da essere chiamata a riconoscere nel frutto del proprio grembo, per volontà di Dio, un "padre", chiamato a generare ed accompagnare alla vita eterna una moltitudine di fratelli. Ogni madre di un sacerdote – sottolinea il prefetto della Congregazione per il clero – è misteriosamente "figlia del suo figlio"». Questa paternità, che è il tratto caratteristico del sacerdozio, ha però bisogno «di essere accompagnata dalla preghiera assidua e dal personale sacrificio». Un sostegno che oggi appare «quanto mai urgente, soprattutto nel nostro Occidente secolarizzato» e «le mamme dei sacerdoti e dei seminaristi rappresentano un vero e proprio "esercito" che, dalla terra innalza al Cielo preghiere e offerte» a favore dei ministri ordinati.

Per questo il porporato rivolge, a nome di tutta la Chiesa, un ringraziamento e un incoraggiamento a queste madri, estendendolo «a tutte le donne, consacrate e laiche, che hanno accolto il dono della maternità spirituale nei confronti dei chiamati al ministero sacerdotale, offrendo la propria vita, la preghiera, le proprie sofferenze e le fatiche, come pure le proprie gioie, per la fedeltà e santificazione dei ministri di Dio». Così facendo esse sono partecipi della maternità di tutta la Chiesa, «che ha il suo modello e il suo compimento nella divina maternità di Maria».

Un abbraccio che si estende fino al cielo, a quelle madri «già chiamate da questa vita», che «in modo unico e, misteriosamente, molto più efficace» continuano a intercedere per i loro figli sacerdoti.


 
Lettera alle Madri dei Sacerdoti e dei Seminaristi
e a quante esercitano verso di loro il dono della maternità spirituale
nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio


«Causa nostrae Letitiae – Causa della nostra Gioia»!

Il Popolo cristiano ha sempre venerato, con profonda gratitudine, la Beata Vergine Maria, contemplando in Lei la Causa di ogni nostra vera Gioia.
Infatti, accogliendo la Parola Eterna nel suo grembo immacolato, Maria Santissima ha dato alla luce il Sommo ed Eterno Sacerdote, Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. In Lui, Dio stesso è venuto incontro all’uomo, l’ha sollevato dal peccato e gli ha donato la Vita eterna, cioè la Sua stessa Vita. Aderendo alla Volontà di Dio, perciò, Maria ha partecipato, in modo unico ed irripetibile, al mistero della nostra redenzione, divenendo, in tal modo, Madre di Dio, Porta del Cielo e Causa della nostra Gioia.
In modo analogo, la Chiesa tutta guarda, con ammirazione e profonda gratitudine, a tutte le mamme dei Sacerdoti e di quanti, ricevuta quest’altissima Vocazione, hanno intrapreso il cammino di formazione, ed è con profonda gioia che mi rivolgo a loro.
I figli, che esse hanno accolto ed educato, infatti, sono stati scelti da Cristo fin dall’eternità, per divenire Suoi “amici prediletti” e, così, vivo ed indispensabile strumento della Sua Presenza nel mondo. Per mezzo del Sacramento dell’Ordine la vita dei sacerdoti viene definitivamente presa da Gesù e immersa in Lui, cosicché, in loro, è Gesù stesso che passa e opera tra gli uomini.
Questo mistero è talmente grande, che il sacerdote viene anche chiamato “alter Christus” – “un altro Cristo”. La sua povera umanità, infatti, elevata, per la potenza dello Spirito Santo, ad una nuova e più alta unione con la Persona di Gesù, è ora luogo dell’Incontro con il Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi. Quando ogni sacerdote insegna la fede della Chiesa, infatti, è Cristo che, in lui, parla al Popolo; quando, prudentemente, guida i fedeli a lui affidati, è Cristo che pasce le proprie pecorelle; quando celebra i Sacramenti, in modo eminente la Santissima Eucaristia, è Cristo stesso, che, attraverso i suoi ministri, opera la Salvezza dell’uomo e si rende realmente presente nel mondo.
La vocazione sacerdotale, normalmente, ha nella famiglia, nell’amore dei genitori e nella prima educazione alla fede, quel terreno fertile nel quale la disponibilità alla volontà di Dio può radicarsi e trarre l’indispensabile nutrimento. Nel contempo, ogni vocazione rappresenta, anche per la stessa famiglia in cui sorge, un’irriducibile novità, che sfugge ai parametri umani e chiama tutti, sempre, a conversione.
In questa novità, che Cristo opera nella vita di coloro che ha scelto e chiamato, tutti i familiari – e le persone più vicine – sono coinvolti, ma è certamente unica e speciale la partecipazione che è data di vivere alla mamma del sacerdote. Uniche e speciali sono, infatti, le consolazioni spirituali, che le derivano dall’aver portato in grembo chi è divenuto ministro di Cristo. Ogni madre, infatti, non può che gioire nel vedere la vita del proprio figlio, non solo compiuta, ma investita di una specialissima predilezione divina che abbraccia e trasforma per l’eternità.
Se apparentemente, in virtù della vocazione e dell’ordinazione, si produce un’inaspettata “distanza”, rispetto alla vita del figlio, misteriosamente più radicale di ogni altra separazione naturale, in realtà la bimillenaria esperienza della Chiesa insegna che la madre “riceve” il figlio sacerdote in un modo del tutto nuovo e inatteso, tanto da essere chiamata a riconoscere nel frutto del proprio grembo, per volontà di Dio, un “padre”, chiamato a generare ed accompagnare alla vita eterna una moltitudine di fratelli. Ogni madre di un sacerdote è misteriosamente “figlia del suo figlio”. Verso di lui potrà, allora, esercitare anche una nuova “maternità”, nella discreta, ma efficacissima ed inestimabilmente preziosa, vicinanza della preghiera e nell’offerta della propria esistenza per il ministero del figlio.
Questa nuova “paternità”, alla quale il Seminarista si prepara, che al Sacerdote è donata e della quale tutto il Popolo Santo di Dio beneficia, ha bisogno di essere accompagnata dalla preghiera assidua e dal personale sacrificio, perché la libertà nell’aderire alla volontà divina sia continuamente rinnovata e irrobustita, perché i Sacerdoti non si stanchino mai, nella quotidiana battaglia della fede e uniscano, sempre più totalmente, la propria vita al Sacrificio di Cristo Signore.
Tale opera di autentico sostegno, sempre necessaria nella vita della Chiesa, appare oggi quanto mai urgente, soprattutto nel nostro Occidente secolarizzato, che attende e domanda un nuovo e radicale annuncio di Cristo e le mamme dei sacerdoti e dei seminaristi rappresentano un vero e proprio “esercito” che, dalla terra innalza al Cielo preghiere ed offerte e, ancor più numeroso, dal Cielo intercede perché ogni grazia sia riversata sulla vita dei sacri pastori.
Per questa ragione, desidero con tutto il cuore incoraggiare e rivolgere un particolarissimo ringraziamento a tutte le mamme dei sacerdoti e dei seminaristi e - insieme ad esse - a tutte le donne, consacrate e laiche, che hanno accolto, anche per l’invito loro rivolto durante l’Anno Sacerdotale, il dono della Maternità spirituale nei confronti dei chiamati al ministero sacerdotale, offrendo la propria vita, la preghiera, le proprie sofferenze e le fatiche, come pure le proprie gioie, per la fedeltà e santificazione dei ministri di Dio, divenendo così partecipi, a titolo speciale, della maternità della Santa Chiesa, che ha il suo modello ed il suo compimento nella divina maternità di Maria Santissima.
Uno speciale ringraziamento, infine, si elevi fino al Cielo, a quelle Madri, che, già chiamate da questa vita, contemplano ora pienamente lo splendore del Sacerdozio di Cristo, del quale i loro figli sono divenuti partecipi, e per essi intercedono, in modo unico e, misteriosamente, molto più efficace.
Unitamente ai più sentiti auguri per un Nuovo Anno di grazia, di cuore imparto a tutte ed a ciascuna la più affettuosa benedizione, implorando per voi dalla Beata Vergine Maria, Madre di Dio e dei Sacerdoti, il dono di una sempre più radicale immedesimazione con Lei, discepola perfetta e Figlia del suo Figlio.



Mauro Card. Piacenza
Prefetto della Congregazione per il Clero

venerdì 14 dicembre 2012

Rorate Coeli desuper


Il ritornello è tratto dal libro di Isaia (45,8): "Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia."
Cliccando qui sotto troverete il video che accompagna nel canto per essere imparato....
http://www.gloria.tv/?media=371630


Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.
Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.

1 Ne irascáris Dómine,
ne ultra memíneris iniquitátis:
ecce cívitas Sáncti fácta est desérta:
Síon desérta fácta est:
Jerúsalem desoláta est:
dómus sanctificatiónis túæ et glóriæ túæ,
ubi laudavérunt te pátres nóstri.

* Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.
Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.

2 Peccávimus, et fácti súmus tamquam immúndus nos,
et cecídimus quasi fólium univérsi:
et iniquitátes nóstræ quasi véntus abstulérunt nos:
abscondísti faciem túam a nóbis,
et allisísti nos in mánu iniquitátis nóstræ.

* Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.
Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.

3 Víde Dómine afflictiónem pópuli túi,
et mítte quem missúrus es:
emítte Agnum dominatórem térræ,
de Pétra desérti ad móntem fíliæ Síon:
ut áuferat ípse júgum captivitátis nóstræ.

* Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.
Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.

4 Consolámini, consolámini, pópule méus:
cito véniet sálus túa:
quare mæróre consúmeris,
quia innovávit te dólor?
Salvábo te, nóli timére,
égo enim sum Dóminus Déus túus,
Sánctus Israël, Redémptor túus.

* Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.
Roráte caéli désuper,
et núbes plúant jústum.

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 Traduzione italiana

Stillate , o cieli, dall'alto,
E dalle nubi piova la giustizia.

Non adirarti, o Signore, non ricordarti più
dell'iniquità:
Ecco che la città del Santuario è divenuta deserta:
Sion è divenuta deserta: Gerusalemme è desolata:
La casa della tua santificazione e della tua gloria,
Dove i nostri padri Ti lodarono.

Stillate , o cieli, dall'alto,
E dalle nubi piova la giustizia.

Peccammo, e siamo divenuti come gli immondi,
E siamo caduti tutti come foglie:
E le nostre iniquità ci hanno dispersi come il vento:
Hai nascosto a noi la tua faccia,
E ci hai schiacciati per mano delle nostre iniquità.

Stillate , o cieli, dall'alto,
E dalle nubi piova la giustizia.

Guarda, o Signore, l'afflizione del tuo popolo,
E manda Colui che sei per mandare:
Manda l'Agnello dominatore della terra,
Dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion:
Affinché Egli tolga il giogo della nostra schiavitú.

Stillate , o cieli, dall'alto,
E dalle nubi piova la giustizia.

Consolati, consolati, o popolo mio:
Presto verrà la tua salvezza:
Perché ti consumi nella mestizia, mentre il dolore ti ha rinnovato?
Ti salverò, non temere,
Perché io sono il Signore Dio tuo,
il Santo d'Israele, il tuo Redentore

Stillate , o cieli, dall'alto,
E dalle nubi piova la giustizia.